Chiusa in una stanza. La prima goccia di sudore scivola lenta lungo la schiena. Ne segue una seconda un po’ meno timorosa e più veloce. La terza e la quarta si gettano giù dal collo come fossero all’acquapark. Mi soffio dentro la camicia. Serve a poco. Passo elegantemente una mano sulla faccia, spiaccicandomi il palmo al centro della fronte, lo faccio scorrere prima da un lato e poi dall’altro come fosse un tergicristalli. Scrollo la mano verso il pavimento. Sempre con eleganza. Tiro la camicia in avanti. E mi si appiccica dietro. La sollevo da dietro, ma mi si appiccica davanti. Provo allora con i lati. Certo, il divanetto di velluto sul quale son seduta non aiuta.
Vorrei fare pipì. L’idea di srotolare i jeans giù lunghe le cosce mi fa desistere.
“Tanto se continua così suderò anche quella” penso. D’improvviso un rumore mi distrae. Appoggio sul tavolino famiglia cristiana (più utile da ventaglio che da rivista) e giro lo sguardo verso il condizionatore attaccato al muro.
Un’ aria gelida soffia feroce sulla mia pelle madida. Non c’è riparo né soluzione. Il rinfrescante refrigerio…diviene tortura. Cerco riparo tra i cuscini di velluto. Li stringo forte al petto. ” Questa è bronchite son sicura” Mi ripeto ad alta voce.
Ma ecco il genio.
Entra nella stanza proprio mentre stavo squarciando con i denti il tessuto dal divano per farci un cappottino, mi guarda e chiede : “è troppo alta l’ aria?”
Sorrido: ” Ma a quanto l’ ha messa? A meno 58? Cazzo se rovescia un secchio d’acqua a terra ci faccio un pupazzo di neve!” Sorrido per non sembrare troppo aggressiva ma incalzo “Ha una carota per caso ?!”
Lo vedo scomparire dietro l’angolo lasciandomi con quel sorriso ebete di chi ha voluto fare la simpatica e non c è riuscita.
Torna dopo pochi istanti.
Lo fisso negli occhi pronta a chiedere scusa.
Ma lui ha in mano una carota.
Vera.
E allora penso che gli ebeti in quella stanza sono due.

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