“Tommaso Giuseppe Maria questa domenica ti portiamo al mare dai nonni sei contento?”

Chissà perché, ma la voce della donna era così stridula da far scappare gli uccellini dai rami degli alberi del giardino.

“Sì mamma ho capito!” gridava ancora più forte il povero Tommaso Giuseppe Maria che odiava essere chiamato in quel modo, specialmente davanti ai compagni di classe che, sin dal primo giorno di scuola, lo prendevano in giro ripentendo il suo nome in coro facendo ondeggiare la testa e le mani come dame del Settecento un po’ troppo leziose.

“Vai a preparare la borsa e non metterci dentro troppa roba!”

Il bicchiere di cristallo sull’ultimo ripiano della credenza che fino ad allora aveva resistito con tutte le sue forze, s’infranse sotto l’ultimo acuto vibrante.

Tommaso Giuseppe Maria corse su per le scale ricoperte da moquette verde muschio e aprì la porta di camera con un calcio ben assestato per poi richiuderla con un colpo di tallone. S’ infilò quindi sotto il letto per scovare il borsone nero che gli aveva regalato il nonno qualche anno prima.

“Preso!”

Lo trascinò fuori tirandolo a se con il braccio destro mentre col sinistro cercava di scivolar fuori da sotto il letto. Si mise in ginocchio al centro della stanza, gettò nell’angolo laggiù sotto la scrivania, i calzini e la maglietta stropicciate del giorno prima e rovesciò tutto il contenuto sul pavimento.

“Ecco dov’era finita la palla rimbalzina!” La provò subito tirandola verso la parete del letto imprimendoci sopra un’altro alone scuro che si andava a sommare alle varie macchie lasciate nel tempo. Tommaso Giuseppe Maria guardò con attenzione il fondo del borsone per controllare fosse caduto tutto fuori, restavano solo dei granelli di sabbia incastrati negli angoli e qualche altro grumo di terriccio appiccicato sul fondo di plastica nera.

Rimestava i giocattoli come a volerli mischiare “Vediamo…” li separò senza un ordine ben preciso riuscendo a disegnare un cerchio quasi perfetto tutto intorno a sé. Il banchiere suo vicino di casa, vedendolo dalla finestra difronte, da quel semplice gesto ne trasse ispirazione.

“Sicuramente mi porterò i braccioli di Batman ma forse anche quelli coi dinosauri, vabbè quelli di Batman” li accartocciò come a formar una palla e li gettò dentro al borsone. Poi li ritirò fuori. “Forse meglio i dinosauri”. Li mise davanti a sé e li guardò entrambi alzando il sopracciglio sinistro come se dovesse interrogarli per qualche grave delitto “No deciso! Batman” rinfilò la sua scelta nel borsone. “E anche i dinosauri! Tanto posso fare dieci minuti con uno e dieci minuti con un’altro. Prendo anche la ciambella blu e la tavoletta dei trasformer. Così faccio dieci minuti con i braccioli di Batman, dieci con i dinosauri e dieci con la ciambella blu e dieci con la tavoletta dei trasformer. Anzi no! Mi rompo con la ciambella blu è noiosa, facciamo che faccio dieci minuti con la tavoletta dei trasformer cinque minuti con la ciambella blu e dieci minuti con i braccioli dei dinosauri e dieci con quelli di Batman. Anzi no! Prima i braccioli di Batman e poi quelli dei dinosauri. Anzi no! Prima i braccioli di Batman poi la tavoletta dei trasformer poi la ciambella blu e poi i dinosauri. Anzi no!..”

Il non riuscire a prendere una decisione al volo lo aveva preso sicuramente da suo padre. Tutti i sabato sera portava la famiglia a cena fuori. Faceva salire tutti in auto, guidava per qualche chilometro fino al ristorante, solitamente uno di quelli economici con cucina casereccia, poi dopo aver parcheggiato “E se stasera vi porto in un locale nuovo a mangiare la pizza?” faceva richiudere gli sportelli, guidava per qualche altro chilometro, arrivava difronte alla pizzeria che, avendo una lunghissima coda fuori dalla porta d’ingresso, lo obbligava a cambiare di nuovo i piani “Allora che ne dite se andiamo al cinese!” guidava per un altro paio di chilometri sino a raggiungere una serranda abbassata “Già mi ero scordato, sabato è il giorno di chiusura, allora che ne dite se andiamo qui vicino, mi hanno detto che fanno dei panini eccezionali”.  E così, ristorante dopo ristorante, giravano per un’altra ora circa, fino a che qualcuno della macchina non aveva bisogno di fare pipì ed allora si optava per “Torniamo un secondo a casa” e poi “Ma già che siamo qui perché non ci mangiamo davanti la tv quella buona pizza che è nel surgelatore?!”

 

“Allora le biglie le ho prese, la palla c’è, il secchiello pure, rastrello paletta vanga zappa e piccone anche, maschera occhialini boccaglio eccoli qua, metto dentro anche due costumi, le scarpe per gli scogli, il retino, la canna da pesca, le formine a forma di conchiglie, il motoscafo radiocomandato, il frisbee, le racchette da volano, quelle di legno, qualche pallina di scorta, gli animali della fattoria galleggianti…”

“Tommaso Giuseppe Maria ricordati di prendere l’asciugamano!” la voce rimbombava per le scale.

“…l’asciugamano… le pinne, il cappellino di Spider Man, le macchinine, il robot, la pistola e il fucile spruzza acqua, il camioncino per trascinare la sabbia.”

Diciotto chili di zaino.

La madre entrò in stanza senza bussare “Cosa ci fai ancora a terra, forza vai a letto che domani mattina si parte presto così puoi farti il bagno prima di pranzo”

Con questa promessa nel cuore Tommaso Giuseppe Maria si addormentò col sorriso, ansioso di tuffarsi tra le onde azzurre del mare.

 

“L’avete preso l’ombrellone???” Grida dal garage il padre tutto sudato dopo aver caricato gli effetti personali del figlio.

Tommaso Giuseppe Maria aspettava in cucina la madre indaffarata nel pulire tutta casa prima di lasciarla. Dondolandosi sulla sedia dette un morso al panino, poi andò in bagno a far pipì “Tommaso Giuseppe Maria non ti azzardare a lavarti le mani che ho pulito il lavandino!”. Tornava quindi in cucina, e dava un altro morso al panino, si dondolava ancora con la sedia, dava un altro morso al panino “Dai muoviti lo mangi in macchina!” e finiva per esser trascinato per un braccio sino all’auto.

 

Il mare non era poi così distante, in meno di un’ora arrivarono davanti casa dei nonni, che poi a sua volta era davanti la spiaggia che era davanti al mare che era davanti…beh questo non si vede.

I saluti duravano sempre molto poco, Tommaso Giuseppe Maria non si girò nemmeno a far ciao con la mano ai genitori.  Corse verso le scalette posteriori per raggiungere l’agognata spiaggia. Come fanno coi cadaveri nei film polizieschi quando lì gettano giù da un ponte, così Tommaso Giuseppe Maria scaraventò il borsone aldilà della balaustra. Scese rapido per le scale, saltando gli ultimi due gradini e affondò i piedi nella sabbia bollente, afferrò le cinghie dell’enorme borsa e la trascinò lasciando un solco sulla spiaggia. Dopo qualche lento metro, mollò tutto, si tolse la maglietta e corse a perdifiato sino al bagnasciuga.

“Ma cosa sono queste cose? Parrucche?”

Delle alghe scivolavano avanti e indietro ondeggiando sinuose. Sembravano masse di capelli ben pettinati che nemmeno Toto Cotugno quando cantava negli Albatros li aveva così gonfi.

Girò lo sguardo in direzione della casa “Ma porca miseria! Nonno! Queste cose mi si attorcigliano alle caviglie! Non mi fanno entrare in acqua! Nonno! Cheppalle! Nonno!!!”

Dalla veranda una voce profonda e risoluta rispose alle grida: “Oggi niente bagno Tommaso Giuseppe Maria non vedi che il mare è troppo sporco?! Torna in casa che ci facciamo una bella partita a carte”.

Tommaso Giuseppe Maria guardò il borsone e, irrigidendo tutti i muscoli, allungò le braccia lungo i fianchi “Ma porca puttana non ho portato le carte!”

 

 

 

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