Far qualcosa di diverso è sempre complicato. Far qualcosa di diverso che crea nuovi stimoli, è ancora più ostico. Tra le sale di Palazzo Blu, sulla riva dell’Arno a Pisa, vengono esposte le firme più autorevoli delle correnti legate all’avanguardismo del secolo scorso. Direttamente dal Philadelphia Museum of Art le opere di Gris, Picabia, Picasso, Chagall, Kandinsky, Matisse, Delaunay, Braque, Ernst, Mirò, Masson, Tanguy, Klee, Arp, Dalì, Mondrian, ed altri ancora.

Solitamente, se non acquisto la guida (con le sue radioline a forma di cornetta anni sessanta di una scomodità di utilizzo inenarrabile), ascolto della musica senza testo, per concentrarmi su ciò che sto guardando senza lasciarmi distrarre dai commenti degli altri visitatori. Stavolta non ho né l’uno né l’altro strumento d’isolamento sociale e sono ahimè in balia delle parole di chi mi sta accanto. É difficile estraniarsi con la confusione intorno, credo che durante una mostra di debba concedere all’opera il giusto spazio sensoriale per poterne carpire il messaggio, la profondità, un po’ come chiudere gli occhi mentre si assapora un buon piatto.  Provo perciò ad avvicinarmi alle tele per osservare gli errori di pennellata, i grumi di tempera, i disegni a matita che si intravedono sotto del colore di tonalità troppo chiara per poter coprire delle linee tanto marcate. Osservo le firme che si trovano a bordo quadro, tremolanti, talvolta incomprensibili e, in rare occasioni, recante anche l’anno di esecuzione. A differenze del mondo esterno, pare che le sale di un museo ristabiliscano le regole del rispetto della convivenza. Ci si sofferma a sufficienza davanti al quadro e poi ci si sposta per lasciare che anche gli altri possano goderne. Mi muovo quindi lungo le pareti come in una lenta danza altalenante, scattando foto ed immergendo lo sguardo in quegli incredibili colori.

Alla fine della visita sono due i quadri che hanno catturato il mio cuore. “Cane che abbaia alla luna” di Joan Mirò è straordinario: la terra marrone, il cielo nero, una scala ascendente, uno spicchio di luna irregolare ed un cane dalle forme così curve e precise che ispira tenerezza. “Agnostico simbolo” di Salvador Dalì: sarei rimasta ore a fissarlo, mi è entrato in petto come la musica sparata dalle casse di un rave. I colori cupi sfumano non permettendo di comprenderne il distacco, il sottile cucchiaino curva su una piccola roccia e un minuscolo orologio da taschino è adagiato nella pala della posata. Che dire, l’ho trovato inspiegabilmente straordinario.

Vengono considerati d’avanguardia quei nuovi metodi espressivi che vanno in contrasto con la tradizione, il consueto e, nella maggior parte dei casi, anche con il gusto corrente.

Espressionismo, futurismo, dadaismo e surrealismo furono i movimenti d’avanguardia. Andare contro le masse, differenziarsi, discostarsi ed evadere da una standardizzazione delle espressioni e del pensiero. Essere trasversali e dissonanti. Dopo gli anni Venti pare si sia persa la voglia di dire altro sconvolgendo gli schemi, o forse si sono trovati nuovi modi per esporre un pensiero. La pittura infatti, dopo queste più famose correnti, si fa materica, introspettiva, monocromatica; dal dopo guerra la tendenza è quella di mostrare il tragico, l’introspezione umana acquista forma sino a fondare nuovi realismi. I colori prendono il sopravvento nella Pop Art che lascia la vetrina al minimalismo e alle arti concettuali perché, c’è da dirlo, il giro può esser lungo quanto vuoi, ma il cerchio ad un certo punto si deve chiudere e, inevitabilmente, per quanto si provi a distaccarsene, si torna a voler comunicare alle masse e a far parte di loro. E allora ben vengano le visioni diverse e i coraggiosi, quelli che scompongono un concetto, un volto o un paesaggio e che provano a dire qualcosa di ‘altro’. Perché l’unico modo di crescere, è quello di sperimentare e, tra queste sale, vengono rappresentati su tela dei mondi talmente astrusi che vien quasi voglia di tuffarcisi dentro.

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