Le foto di Mapplethorpe sono pura musica. Le ombre sono come note che risuonano tra il chiaro e lo scuro. La piatta bidimensionalità di un pezzo di carta stampata, si trasforma in una magica sinfonia se ad usare l’obbiettivo è Robert.

Ogni suo scatto è un’opera da esporre. Mentre attraverso le sale del Palazzo Reale di Milano mi rendo conto che, purtroppo, viviamo in un’epoca nella quale è difficile competere o aggiungere qualcosa al lavoro dei geni che hanno già scritto la storia. C’è poco da fare, queste fotografie rappresentano quella bellezza profonda che si insinua nel corpo attraverso gli occhi, scorrendo lungo le vene e scivolando tanto veloce da farti tremolare le budella.

Davanti a queste fotografie vibri in un sussulto di pura magia estetica.

I protagonisti delle sue foto sono perfetti, sculture viventi che richiamano l’arte classica. I movimenti sinuosi come fiori, i corpi nudi che danzano, si piegano e si contorcono distratti e sicuri. A quarantadue anni l’AIDS gli negherà altre primavere, è la fine degli anni Ottanta e senza dubbio Mapplethorpe resta icona non solo del bianco e nero ma anche di tutti quegli scatti tanto discussi sul sadomaso e sull’omosessualità newyorkese di quegli anni. Arte oscena e oltremodo esplicita, che contribuisce alla fama di quest’uomo che in nemmeno venti anni di carriera ha creato uno stile personale apprezzato in tutto il mondo. La morbidezza della luce in perenne contrasto con la crudezza della plasticità dei corpi.

Queste foto non sono solo ritratti, riescono a farti emozionare davvero, forse il segreto di Mapplethorpe, è di catturare la vera anima dei suoi soggetti, il loro fascino, la loro unicità.

 

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