Che delusione. Sono già arrivata alla fine della “foresta” e sto tornando indietro con la testa china e il broncio da lattante. Porca miseria saranno si e no quattrocento metri di sentiero. Per giunta cammini cercando di scansare gli obbietti fotografici, facendo attenzione a non pestare piedi e a non urtare spalle.

Uno dei luoghi più visitati dei dintorni di Kyoto, qui si riversa un fiume di gente agguerrita in cerca di un angolo o un piccolo spazio da immortalare.

I primi passi li faccio stile maratoneta, come stessi correndo verso l’albero di natale a prendere i regali, poi, basta un accenno di salita e le gambe rallentano, mi fermo un secondo e provo a fare una foto agli alti fusti fini fini del bambù. “Please madame” una donna si è bloccata proprio davanti a me e le faccio segno con la mano di fare qualche passo indietro, “Hey guys sorry!” grido sorridendo al gruppo di giapponesi che si era infilato proprio al centro del mio bersaglio fotografico. “Ma daiiii, ti togli dal…!” Ok, la frase sorprende anche me e per fortuna che non mi capiscono, ho già esaurito la pazienza e sto attingendo alle ultime riserve di lucidità, una cosa del tutto inusuale in Giappone, dove la calma interiore prende il sopravvento e senti il rumore dello schiudersi dei fiori di loto in petto. Ripongo l’attrezzatura, respiro profondamente cercando di concentrarmi sul cinguettio dei passerotti (che cantano nella mia testa perché qui si sentono solo le suole strisciare per terra) e proseguo, ‘tanto ci saranno altri mille punti belli da vedere più in là’.

Ingenua. Il più in là non esiste.

C’è da dire che una concentrazione così fitta di alberi del bambù non l’avevo mai vista e solo questo vale la corsa. Il sole ha deciso di farsi spazio tra le piccole foglie che sventolano in vetta agli alberi, sembra sia difficile anche per lui raggiungere questo stretto sentiero, che infondo, guardandolo con attenzione, proprio male non è.

 

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