Alcuni bambini, con la loro invidiabile spensieratezza, si rincorrono sulla spiaggia fresca e gialla, ogni tanto saltano a piedi uniti per cercare di scansare i grandi ciuffi di alghe distesi a riva. L’acqua non ha un colore invitante, è torbida, scura, triste, ma ai bambini non importa, si immergono spintonandosi e improvvisano delle scoordinate bracciate, testa fuori e collo tirato all’indietro, gambe che si muovono frenetiche e sedere che affonda contrariamente all’impulso di rimanere a galla.

Questi bambini che ne sanno. Non sanno delle seicentomila tonnellate di calcestruzzo utilizzate per costruire uno dei più straordinari esempi di ingegneria militare. Non sanno che con altre due bracciate verso sinistra, proprio lì in quel punto, nel 1944 avrebbero sbattuto la testa contro una strada galleggiante. Ben sedici chilometri di pontile mobile con trentatré moli sui quali approdare.

Si vedono i resti spuntare dall’acqua, fanno capolino come timidi spettatori ancora impauriti, Port Winston era proprio qui, dove sbarcarono due virgola cinque milioni di uomini. Se hai la maschera appannata perché non ci hai sputato dentro prima di indossarla, rischi di andarci addosso con sorpresa e dolore, come quando il mignolino del piede incontra lo spigolo del comodino. Mi farebbe terrore nuotarci intorno, da piccola avevo l’ansia delle boe a largo, pensavo che i polipi si nascondessero sotto i massi che le reggevano e che potessero venire fuori all’improvviso per spaventarmi, figuriamoci cosa non può celare un blocco di cemento di queste dimensioni. A proposito, ci cresceranno le cozze così distanti dalla riva?

Le grida d’allegria mi distraggono, volgo lo sguardo sotto di me, laggiù in spiaggia vicino a quegli scogli. Un bambino inciampa cadendo con la faccia nell’acqua e gli altri ridono divertiti.  Ne saranno inciampati di uomini proprio in quel punto, avranno maledetto l’acqua, il vento, la sabbia, la roccia, l’andare rapido degli altri, avranno maledetto il capo, quel grigio giorno, quel luogo e quella guerra. L’eco delle maledizioni di tutti aleggia ancora nell’aria in questa piccola cittadina che irragionevolmente è di una bellezza gentile.

I luoghi, come il tempo, sono fatti per essere vissuti. Tutto è mutevole: lo sono le piante con le loro fronde appesantite o i rami nudi; lo sono le onde del mare che muovono l’acqua mischiandola infinitamente; lo sono i fiori, l’intreccio dei rovi, le case, le strade, le nuvole, i pensieri e le paure. Tutto cambia ed è bello poter apprezzare le cose per quello che sono davanti ai nostri occhi e non per quello che sono state quando non c’eravamo. Mutevolezza, questo è il segreto, sapere che tutto può cambiare ed è così anche il cuore umano che, certe volte piange, ed altre volte ride.

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