La mia espressione dice tutto. Sbigottimento, sofferenza, infreddolimento, fastidio, stordimento, affaticamento e, a dirla tutta, mi scappava anche la pipì.

Una delle giornate più memorabili della mia vita. Memorabile non perché entusiasmante ed eccezionale ma perché difficilmente cancellabile dalla memoria. Facciamo un passo indietro…

“Sulla guida c’è scritto che di notte la cascata viene illuminata con diversi colori e lo spettacolo di luci è incredibilmente bello!”

“Sono le nove del mattino. Non avrai intenzione di restare alle cascate fino a stasera vero?”

“No figurati. Però, dopo cena potrei riprendere l’auto e tornare qui a vederle”.

“E ti rifaresti cinquanta chilometri solo per vedere delle luci sull’acqua? Ma sei di fuori?! Scordatelo.”

 

Sono del tutto irremovibile. Voglio vedere questo grandioso spettacolo di luci sulle cascate del Niagara e lo voglio vedere oggi! Beh insomma, quando caspiterina mi capiterà mai di tornarci? Devo vederle. Punto. É deciso. Trascino nella mia testa una lavagna bianca e inizio a scrivere il mio piano d’azione partendo da una foto e da dei numeri di telefono a caso, come si fa nei film di spionaggio. Collego con delle frecce nomi cose animali marche città e fiori e sposto le pedine degli scacchi senza domandarmi perché la Regina sia sul cavallo e il fante in braccio al Re. Due più due fa tre, riporto il quattro che è un numero biondo, gli sistemo il ciuffo su un lato e lo interrogo sotto la lampada al neon che traballa a ritmo di musica e mentre una ballerina scivola dal palo viene seguita dai pompieri che spengono l’acqua col fuoco e il delfino incuriosito da tutto questo frastuono lancia caramelle sulla folla. Mi sembra un piano bene organizzato. Ritorno alla realtà e guardo la macchina che mi precede.

“Ma non ci stiamo proprio muovendo?”

“Ti sei addormentata. Siamo in fila da venti minuti”

“In fila per cosa?”

“Per entrare in città a quanto pare”.

“Cazzo vengono tutti oggi a vedere le cascate?”

Per fortuna dopo una mezz’oretta riusciamo a scorrere e scivoliamo verso un’altra fila, quella per il garage. Venti minuti passano veloci se ne hai appena fatti cinquanta in coda.  Il parcheggio è su più piani, tanti in superficie quanti nel sottosuolo. Mi guardo intorno prima di infilarmi nella bocca del mostro di grigio e discenderne le viscere e, scopro una cittadina piena di scritte colorate, insegne a forma di cartone animato, ci sono un enorme ruota panoramica e una miriade di fast food e sale giochi.  Orribile.

Il suono della chiusura centralizzata rimbomba tra le travi di cemento armato aggiungendo ritmo al cigolio dei pneumatici che stridono sull’asfalto.

“Ricordiamoci dove abbiamo parcheggiato. Piano -34 quadrante 76 posto 18 fila C settore DE 2983/A %21”

Mi maledico per non aver rubato un panino dal buffet della colazione, avrei potuto lasciare delle tracce e la cosa si sarebbe risolta senza spreco di neuroni.

Fila per prendere l’ascensore.

Fila uscire dall’ascensore.

Fila per fare il biglietto.

Fila per prendere l’impermeabile.

Fila per il corridoio che porta ad un secondo ascensore.

Fila per prendere l’ascensore.

Fila per uscire dall’ascensore.

Fila per salire sulla nave.

“Io ho un po’ di fame”

“A Daniè abbiamo fatto colazione adesso!”

“Ma veramente sono le due e mezzo.”

“Le due e mezzo? Ma sei sicura?”

Non abbiamo il tempo di consultare l’orologio perchè la barca si muove e inizia il suo lento oscillare verso lo scroscio d’acqua. Vicino a noi scorrono le imbarcazioni battenti bandiera americana. I passeggeri hanno la casacca blu. Non sia mai che qualcuno provi a saltare di nave in nave e passi il confine così e, a pensarci bene, manco James Bond sarebbe in grado di fare una cazzata del genere. Una voce perentoria ci ordina di indossare il cappuccio perchè ci stiamo avvicinando alla cascata. Un rumore infernale paragonabile a quello che sentono le carote e le banane dopo esser state inserite in un frullatore acceso.

Gli spruzzi d’acqua sono così potenti che le persone iniziano a gridare un po’ per scherzo un po’ per terrore. Non si vede un accidenti. Solo nebbia, acqua, bianco. Nulla.

Il capitano guarda in basso verso di noi con un ghigno e decide che siamo mezzi a sufficienza quindi, vira e ci riporta sulla terra ferma. Dal lato dei rossi ovviamente.

Fila per scendere dalla barca.

Fila per entrare in ascensore.

Fila per uscire dall’ascensore.

Fila per risalire al parcheggio.

Fila per il secondo ascensore.

Noleggio di segugio per ritrovare l’auto.

 

“Ehi guarda!?”

“Cosa?”

“Ci sono le luci sulle cascate, le volevi tanto vedere, mi fermo un attimo che dici? Guarda accosto qui.”

Scendo dall’abitacolo credendomi Battisti e intono un: “che anno è? che giorno è?” Possibile che sia già notte? I fari installati sulla parete rocciosa puntano verso la cascata creando fasci di luce. Immobile.

Forse una delle cose più brutte che abbia mai visto.

Risalgo in auto senza dire una parola ordino alla Regina di sbattere tutti fuori e di dar fuoco alla lavagna degli appunti. Ho bisogno della mente sgombra per poter impilare tutti gli accidenti che il vocabolario ha da offrirmi.

“Ma perché impilarli?” Domanda sua Maestà.

“Già che ci sei, mettili in fila.”

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