Non sono riuscita a trovare nemmeno un maritozzo con la panna. Ma andiamo! Come dire che vado a Napoli e nessun bar ha le sfogliatelle. Cammino a testa ingiù con il broncio e le braccia ciondoloni che sobbalzano controvoglia avanti e indietro. Ci sono un sacco di piccoli oggetti incastrati tra i sanpietrini: un centesimo di euro, un bottone, un fazzoletto sporco, dei ritagli di giornale, un pezzetto di plastica nera, una gomma masticata, un frammento rosso di un fanalino di coda e un tappo di bottiglia, gli do un calcio e lo faccio arrivare a qualche passo da me, lo inseguo con lo sguardo e, appena raggiunto, gliene do un altro con un po’ più di potenza. Finisce tra le gambe di alcuni pellegrini e lo lascio in balia di tutti quei piedi veloci che si susseguono freneticamente.

Senza che me ne renda conto sono sotto al colonnato di Piazza San Pietro, accidenti se è imponente! Mi sistemo sul punto segnato dal Bernini e le quattro file di colonne si allineano nascondendosi dietro la prima.

L’ingresso ai musei è poco distante. É dai tempi dell’università che non venivo tampinata con tanta insistenza e, sinceramente, non ricordavo fosse così fastidioso. “Hai il biglietto?” “Sì ce l’ho grazie” “Ciao hai già il biglietto?” “Sì sì eccolo qui.” “Hey tourist? Have you the ticket?” “Speak English?” “Sono italiana, sì ho il biglietto” “Hi! Italiana? Tourist? Hai già comprato il biglietto?” faccio finta di nulla perché mi sto già innervosendo. “Buongiorno ti interessa il biglietto salta fila?” “Che palle no!” Raggiungo l’atrio con la stessa soddisfazione che deve aver avuto Bruce Willis quando in ‘Red 2’ è riuscito a intrufolarsi nel Cremlino.

La pinacoteca conserva dipinti e arazzi che poco incontrano il mio gusto.

Cosa starà dicendo questo Santo? “Fosse per me, proverei un sandolino aperto?” oppure “Io le farei provare il numero 19 oppure il 20, il piede cresce in fretta”.

Wenzel Peter alla fine del 1700 descrive il paradiso terrestre come l’armonia perfetta tra animali, vegetazione e uomo. Se veramente il mondo prima di un morso di mela fosse stato così…beh…mi vengono in mente veramente tanti, tanti, tanti aggettivi per la signora Eva e il suo rimbambito Adamo.

Le statue in marmo sono opere incredibili. Fino a poco tempo fa non le guardavo neanche, che stupidaggine. Io non riuscirei nemmeno a fare un alberello con il pongo senza farlo assomigliare ad un tubo con dei vermi appiccicati sopra, figuriamoci modellare un blocco di materia, fino a renderlo muscoli, nervi, espressioni e movimento. Mi soffermo su questo modello preparatorio del Bernini di terra e paglia e rimango affascinata dalla fredda anima in ferro sulla quale viene costruita la dolce figura di un angelo.

Raggiungo un corridoio pieno di teste di marmo tra le quali riconosco la maschera di Jack Black in Super Nacho.

L’Artemide, con tutte le sue tette, mi fa venir voglia di cereali al cioccolato. É la dea protettrice della fecondità (ovviamente), ma non starebbe male come modella sui cartoni del latte.

Entro nel cuore della visita: la cappella sistina e, sembra di stare a teatro dieci minuti prima dell’inizio dello spettacolo. Ci sono una schiera di preti che sorvegliano che nessuno faccia fotografie, che nessuno parli, che nessuno cammini sulla pedana, che nessuno tocchi le pareti. Una confusione di gente, di bisbigli, di mani alzate ad indicare punti lontani. Sguardi severi e annunci al microfono fatti in più lingue per invitare ad un silenzio doveroso che proprio non è possibile avere. Così non c’è molto gusto, così si perde la poesia.

Neanche il primo giorno di saldi mi sono sentita così poco a mio agio chiusa in una stanza con centinaia di persone, esco lasciandomi il giudizio universale alle spalle.

E, quando penso che il meglio sia rimasto un solo ricordo, metto piede nella galleria delle carte geografiche. Un corridoio verde, oro e blu, che mi rende il sorriso.

Entrare a San Pietro da una porticina laterale mi da la sensazione di non aver bussato e di non esser stata invitata. Ma quanto accidenti è grande questa chiesa? Potrebbero farci addirittura un multisala qua dentro e rimarrebbe ancora spazio per un palazzo di dodici piani.

“Vuole il biglietto con l’accesso all’ascensore? Costa di più”

“Quanto di più?”

“Due euro”

“Due euro? Trovo assurdo che lei me lo domandi”

Salgo in ascensore sino al primo ballatoio.

Fin qui è stato facile, ma il bello deve ancora arrivare. Stretti corridoi sbilenchi mettono a dura prova il mio fiato corto e le mie gambe ormai stanche dal troppo stare in piedi.

‘Vale la pena’, non c’è frase più azzeccata. Ai miei piedi, Roma con la luce del tramonto che l’accarezza.

Con tante meraviglie tutt’intorno, tra cupole color argento e statue in marmo alte due metri, un gabbiano si prende la sua rivincita stregando col suo stridente canto.

Torno con i piedi per terra in quella piazza che una manciata di ore prima mi aveva dato il buongiorno e, offrendogli un secondo sguardo più attento, mi rendo conto che l’uomo, quando ci si mette, è capace di fare cose incredibili.

 

 

 

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