Poco distante dalla città di Guilin e facilmente raggiungibile con un taxi, c’è l’antico borgo di Daxu.
Passeggiare tra le strette vie di un villaggio risalente al 200 d.C. è un’emozione da romanzo. Affacciato sul fiume Li, con le tipiche imbarcazioni in legno che ondeggiano leggere legate alla riva da sottili funi chiare. Le tegole nere dei tetti, le strade lastricate da roccia liscia e visi curiosi e gentili dei pochi abitanti ancora presenti.
L’architettura classica cinese mi affascina molto: gli sbuffi degli angoli dei tetti che si gettano verso l’alto, le porte in legno scuro che si aprono su un ambiente unico che funge da cucina/garage/negozio/salotto/magazzino e le lanterne rosse appese lungo le vie, impolverate, sbiadite, leggere.
Le botteghe aperte sono poche, nella via principale un ragazzo mi confeziona un braccialetto con pietre rosse e un dragone che dovrebbe portarmi fortuna.
“Che dici ci metto anche delle perline dorate?”
“Non so, deve piacere a te.”
“Quasi quasi ci metto anche il segno zodiacale.”
“Giusto.”
“Ma quello italiano e quello cinese?”
“Che vuol dire?”
“Pesci o maiale?”
“Pesci o maiale?”
“Sì pesci o maiale?”
“Daniè non ti seguo. Mettici tutte le bestie che vuoi, basta che ti dai una mossa.”
La parte migliore sono gli anziani che, seduti davanti le loro case, ti guardano con curiosità e appena si accorgono che sei uno straniero educato e che sorridi loro con l’affetto di un amico, ricambiano all’istante sfoderando quei sorrisi simpatici (talvolta con qualche dente in meno) che solo i nonni sanno regalarti. Alcuni vendono bibite e snack confezionato, altri mettono in vendita vecchi monili, anticaglie e prodotti vintage. Mi soffermo qualche istante su questi banchi disordinati che mi ricordano i mercati degli anni Novanta dove sopra c’era di tutto un po’, tra il nuovo, l’usato, le cose turistiche e oggettistica tradizionale per la casa.
Il paesino non è molto grande, passiamo un piccolo ponte in pietra, c’è un uomo che pesca, c’è un bar, un negozio di abbigliamento e a seguire la casa di un anziano che sta accarezzando una delle sue galline.
La ruralità e la semplicità è il valore aggiunto di questo luogo, il carattere sincero dei suoi abitanti che pare non siano interessati alla tua presenza. I muri scrostati, i colori cupi e i vestiti variopinti, la terra che si attacca sotto le suole, le gabbiette in legno impilate una sull’altra, i capelli lisci e neri asciugati al sole, i profumi della cucina che escono dalle finestre spalancate, profumi che non riconosci ma che ti sanno di famiglia, i brusii e le parole che non comprendi, i divani in legno e le foto di Mao.
“Guarda che bello questo palazzo Daniè, che dici ci entriamo?”
Una delle due più antiche dimore di Daxu. Paghiamo una piccola somma di denaro al ragazzo ci indica il percorso parlando un rapido cinese. Annuiamo, ringraziamo e (considerando lo sbuffo) disattendiamo le sue coordinate. La casa apparteneva ad una delle famiglie più facoltose della zona, i cortili interni, abbelliti da vasche e piante rampicanti, permettevano a tutti i piani di prendere luce. Le balaustra di legno intagliato conferiscono un aspetto raffinato a tutto l’ambiente. Le stanze sono enormi, i mobili di fattura artigianale e le statue in pietra, tutta l’eleganza orientale che si ritrova nei film di kung fu.
A Daxu mi appare tutto molto composto, immobile, un luogo stanco come un anziano che ha già visto molto. Una cittadina dal carattere particolare che ho amato attraversare.

































































































































