A Cape Breton, in Nuova Scotia, è possibile visitare una miniera di carbone. La cosa, è ancor più faticosa di quanto uno possa pensare. Sul serio ragazzi, la miniera è forse uno dei luoghi meno confortevoli (diciamo così) dove lavorare.

Ci accoglie un uomo che questi luoghi li conosce come le sue tasche perché ci ha lavorato per più di trent’anni. É di statura bassa e di un’allegria contagiosa. Si vede che ha faticato fisicamente nella vita e lui stesso ce lo sottolinea più volte raccontandoci della sua professione, delle giornate passate al buio sotto terra, della poca aria, del mal di schiena, degli incidenti e dei colleghi che erano come fratelli. Ha gli occhi sorridenti e la voce divertita mentre tutti noi, difronte a lui, ci stupiamo per quei racconti e deglutiamo rumorosamente all’idea di dover mettere piede in quel corridoio umido e sporco chiamato “le tenebre”.

La prima parte del tunnel sotterraneo è in realtà l’unico tratto illuminato (anche se in maniera assolutamente insufficiente per i miei gusti) e, più alto (circa un metro e cinquanta). Il nostro Cicerone ha un piccolo bastone che usa per camminare ricurvo e non sforzare la schiena più del dovuto. Noi “turisti dell’ultimo secondo” invece, procediamo con le stesse movenze del gobbo di Notre Dame, ubriaco, in preda ad un attacco di labirintite.

La schiena mi fa così male che, ad un certo punto, credo di aver sentito la colonna vertebrale sussurrare alle ginocchia “Resistete vi prego! Fatelo per me, che se mi piego un’altro po’, mi tocca mollà e andà giù de testa!”. A nulla serve provare ad accucciarmi vicino ad una parete bagnata e non trovo sollievo nemmeno  toccando la punta dei piedi con le dita.

Arriviamo in un punto tra i più bui di tutto il percorso e ci troviamo faccia a muso con un cavallo (finto ovviamente). Qua sotto era lui (Fred) ad aiutare i minatori a trasportare il carico fuori dalla miniera mentre, topolini e canarini, servivano per avvertire per tempo la presenza di monossido di carbonio.

Tra i cunicoli c’è una piccola stanza dove delle panchine permettono di riposarsi. Era il luogo dove i minatori a turno si fermavano a mangiare un boccone e nel quale potevano rilassare anche la vista grazie a piccole piante, fiori o ortaggi piantati nella vasca di terra centrale.

Dopo aver ripercorso la strada a ritroso…uscimmo a rimirar le stelle (l’amico Dante non se la prenderà se aggiungo un profumo poetico a questa insolita avventura).

Tra una spalmata di voltaren e un antidolorifico, mi rendo conto che il nostro amico minatore aveva ragione: ‘la vita è bella qualsiasi sia l’angolazione da cui la guardi’.

 

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