Me lo immagino mentre si liscia i baffi tra pollice e indice formando un ricciolo sottile all’insù. Frederick Stibbert (probabilmente odiato dal suo barbiere dato il  ridicolo taglio di capelli) è stato uno tra gli uomini più eccentrici e particolari della fine del 1800.

Figlio di una storia d’amore così scontata e prevedibile che ci si annoia persino a raccontarla: Thomas, colonnello inglese, incontra Giulia, popolana fiorentina, si amano, si sposano e mettono alla luce dei pargoli. Il primo genito è proprio l’eclettico Frederick.

Per gli appassionati di storia, viaggi e collezionismo, la vita di questo giovane rampollo è come un’armoniosa melodia. Studia in Inghilterra ma tra una lezione e l’altra si rende conto che star fermo a sentir parlare di Arte non è abbastanza gratificante. L’Arte va capita, studiata, scovata e sopratutto, posseduta. Inizia per questo a viaggiare in lungo e largo e in poco tempo diviene uno dei più conosciuti e scaltri mercanti di costumi, armi e manufatti.

Avesse vissuto ai giorni nostri, l’intero palinsesto televisivo mondiale avrebbe fatto miliardi grazie a Frederick. Con un senso del gusto e degli affari da far invidia a Richard Harrison del Gold & Silver Pawn Shop di Las Vegas; così spropositatamente ricco che avrebbe potuto mettere in fila un bel po’ di pretendenti in stile The Bachelor (nonostante la capigliatura) e sopratutto, così dannatamente dedito al collezionismo che, quando t’imbatti nei folli protagonisti di Sepolti in casa pensi subito che siano dei poveri dilettanti.

“Mamma sono tornato”

“Oh caro Frederick figlio mio che gioia riaverti a casa!”

I due si abbracciano dopo mesi di lontananza, lei nasconde il volto commosso nell’incavo del collo e tenendolo stretto a se comprime la sua guancia sulla sua forte spalla. “Mi sei mancato figliolo, in che parte di mondo sei stato?” e mentre riapre gli occhi per asciugare le lacrime che copiose scendono per la forte emozione…riesce a mettere a fuoco delle strane forme proprio lì, dietro di loro, sulla soglia del portone, tra l’ingresso e il giardino.

La donna si ritrae velocemente lasciando la presa di quell’abbraccio.

“Frederick cosa sono quelle casse?”

“Ho comprato giusto un paio di cose qua e la”

“Che genere di cose se è lecito domandare?”

“Beh quattro armature, qualche spada, degli abiti, alcuni quadri, un paio di vasi, otto statue, dei copricapi, un tappeto, ah no sono due e..”

“E??…”

“E mi sembra basta così”

La donna indietreggia di qualche passo e si porta le mani al volto e in un impeto di pura isteria comincia a gridare con quanto fiato ha in gola “Mi sembra basta così!? Mi sembra basta cosi!?! Ma dove cavolo la dobbiamo mettere tutta sta roba! Non abbiamo più posto in casa! Lo capisci o no!? L’altro giorno è venuto il giardiniere per portarsi via quell’albero che è caduto vicino la veranda e non ho potuto nemmeno farlo entrare per offrirgli un caffè perché mi vergognavo di tutto il disordine che lasci in giro ogni volta che riparti. Alla cameriera, la povera donna Lucia, le sono uscite due ernie a forza di sollevare armature e drappi per cavalli! E quelle poverine delle tue sorelle non possono mai invitare nessuno perchè non abbiamo nemmeno una sedia libera sulla quale far accomodare gli ospiti!” Col volto rosso e la bava alla bocca riprende fiato e si aggiusta il ciuffo di capelli scappato fuori dall’acconciatura. “Mi spieghi per favore cosa te ne devi fare di tutta questa robaccia!? Ti giuro che se non metti tutto in ordine un giorno di questi te la butto!”

Fortunatamente per Frederick e sopratutto per noi, non c’erano ancora i cassonetti a quel tempo.

La casa dei vicini venne acquistata e annessa alla villa di famiglia per la serenità della madre e per la gioia di Frederick che poteva finalmente dare il giusto spazio a tutti i suoi averi.

Nel museo ci sono protezioni per cammelli e cavalli, differenti tipologie di armi e le famose armature, protagoniste indiscusse di queste collezioni, esse abbracciano quattro interi secoli, dal 1400 al 1700 e provengono da diversi stati; e poi ancora… dipinti, arazzi e tappeti. Nell’esposizione di ogni sala nulla è lasciato al caso, ogni spazio ed ogni oggetto è disposto e curato nei minimi particolari, persino le movenze dei manichini rendono omaggio alla maniacale attenzione al dettaglio che ha reso il museo di Stibbert in assoluto il più interessante nel suo genere.

 

Entro nella sala della cavalcata islamica e cerco di far mio l’elegante aplomb di Angela Lansbury recitando ad alta voce la formula segreta: “Treguna mekoides trecorum satis dee”. (Pomi d’Ottone e Manici di Scopa)

Trattengo il respiro e il cuore subisce un’accelerazione da record. Tendo l’orecchio cercando di captare persino il più flebile dei suoni.

Niente. Nessun rullo di tamburo, nessun armatura che cigola. Persino i tessuti variopinti delle bandiere restano immobili lungo le aste.

Anche questa volta non ha funzionato. Eppure le parole erano corrette chissà, magari le ho semplicemente pronunciate male. Dovrei fare un corso intensivo di stregoneria e poi, mi dovrei cimentare con cose più semplici come ad esempio…che ne so… potrei provare a dar vita a Barbie cowgirl e il suo cavallo bianco… che se poi funzionasse, non saprei cosa farmene di quei due, mi scorrazzerebbero per casa come forsennati, lei gridando ‘heì hà!’ e lui defecandomi su tutto il parquet. Mi verrebbero a noia prima della fine della giornata.

Quasi quasi meglio così, oddio a dir la verità per fare una corsetta nel parco delle cascine poteva essere molto utile avere un esercito tutto mio ma poi, pensandoci bene, se volessi andare a fare una passeggiata in centro trovare parcheggio per tutti sti cavalli sarebbe un vero grattacapo.

Alcune piccole curiosità:

La regina Vittoria durante il suo viaggio nel capoluogo toscano, soggiornò in questa casa come ospite della famiglia Stibbert.

La sala giapponese custodisce la collezione di costumi e maschere più importante al di fuori del Giappone. Inoltre, è possibile ammirare una delle tre maschere teatrali rimaste al mondo, un vero capolavoro.

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