La sveglia squilla molto presto per permettermi di vedere il più possibile ed io, inseguita dal tempo, provo a sfuggirgli correndo più forte di lui. Corro verso il castello e poi corro in direzione della fermata dei tram e poi corro nel centro storico e poi corro lungo il fiume e poi corro verso l’unica panchina libera della piazza per sedermi perché tutto questo correre mi ha stancato.

Vedere una città di gran lena non è proprio l’ideale ma quando si fa un viaggio a tappe, pur di visitare più luoghi possibili, si rosicchia il tempo con ingordigia e frenesia come fanno i topini col formaggio.

Fa caldo, non ho la cartina con me e sono così spaesata da non avere ben chiaro un ordine di preferenze da poter seguire. Mi faccio trasportare dal caso e raggiungo l’antico castello medioevale e le sue sette torri, un tempo residenza dei duchi di Bretagna. ‘Ma guarda tu che invenzione fuori dall’usuale!’ penso mentre esclamo “Minchia!”.  Intorno alle mura, fin giù nel fossato c’è uno scivolo. Peccato che la mattina presto non sia accessibile, mi sarebbe piaciuto ustionarmi cosce e polpacci per sfregamento. Il quartiere che circonda il castello è composto da vecchi palazzi dall’aria elegante e piccole piazzette selciate sulle quali si affacciano i lunghi rami verdi degli alberi.

Non ho il tempo di capire di cosa profuma l’aria, devo riprendere la mia corsa perché voglio andare a visitare uno zoo molto particolare.

Le indicazioni dell’anziana signora incontrata alla fermata della tranvia mi hanno fatto perdere circa mezz’ora. Strappo un ciuffo d’erba e lo lascio cadere a terra, non serve a nulla sapere da che parte va il vento ma le palle un pochino mi girano e una direzione dovrò pur dargliela.  Attraverso il fiume con le gambe in spalla e il cuore fuori dal petto, roba che nemmeno Picasso avrebbe potuto disegnarmi meglio, intravedo una fila piuttosto corposa. Sono arrivata. Mi ricompongo cercando di rimettere tutto al posto giusto e sfodero il sorriso migliore che ho a disposizione.

Era proprio il migliore.

Il grande elefante  (alto dodici metri) dell’isola di Nantes. Un capolavoro di meccanica e fantasia, un vero gioiello per gli appassionati di stramberie come me. Ad aver tempo ci si potrebbe anche salire, lo si potrebbe vedere in movimento e si potrebbe visitare il grande parco all’interno del quale prendono vita fantastiche creature meccaniche. Come ho già detto: ad aver tempo.

Ripongo nel fodero l’ebete sorriso e torno veloce come una gazzella verso la centralità.

Il Passage Pommeraye non è altro che un’ atipico centro commerciale di lusso. Il venusto corridoio giunge sino a delle signorili scalinate. Tre piani e venticinque negozi perlopiù boutique dalle cui vetrine si fa sfoggio di ricchezza e botteghe d’artigianato di pregio. Sembra di passeggiare all’interno della corte di un antico palazzo e viene voglia di assumere una postura più composta, alzare il mento e rallentare il passo ma io, come una che si è appena ricordata di aver lasciato la pentola dei fagioli sul fuoco, devo fuggire da tutta questa opulenza per ricercare la mia prossima vittima fotografica.

‘Ma guarda tu che meraviglia questa piazza invasa da statue bianche’ penso mentre esclamo “Minchia!”

O il pronipote del Bernini si è trasferito e sta ritardando i tempi del trasloco perché i vicini non gli fanno usare l’ascensore, oppure c’è qualche artista locale clamorosamente indeciso sul soggetto migliore da ritrarre. Perdo dalle tasche una manciata di minuti e le passo in rassegna come un giudice ai concorsi di bellezza.

É stata una fatica, una trottata senza eguali. Mi fermo da lui, Atlante, pilastro del cielo, che poteva scappare dalla sua punizione ma la poca astuzia e l’assenza di un piano ben architettato non glielo hanno permesso ed io adesso sorrido, pensando di esser un po’ come lui, sento sulle spalle il peso delle cose non viste e delle strade non percorse. Il museo di Jules Verne, il giardino botanico e le pasticcerie di macaron.

Poi sorrido e mi scrollo da dosso il fardello dell’insoddisfazione trovando la mia consolazione nel presente del ‘qui e ora’ perché so che verrà ancora il tempo, lo so, e la clessidra per me sarà di nuovo piena dalla parte giusta.

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