Sull’isola PEI (Prince Edward Island), ed in modo particolare nella capitale Charlottetown, tutto viene scrupolosamente preservato a memoria del grande passato del Canada. Infatti è proprio su quest’isola che vennero decisi le sorti del nuovo paese che divenne uno stato federale nel 1867. Qui non sono come noi, non danno per scontato le loro origini e il patrimonio comune,  noi ci permettiamo di star seduti su antichi capitelli dell’età romana o spegniamo le sigarette sulle fontane barocche a PEI invece, come a dire il vero in tutto il resto del paese, ogni cosa viene conservata con attenzione ed orgoglio così da poter permettere a chiunque di assaporare a 360° la cultura e le origini della loro società.                                                                                                            É per questo che i palazzi storici sono aperti al pubblico, i parchi, anche se appartenenti a privati, possono essere percorsi e le botteghe degli artigiani sono fiorenti e numerose perché viene preservata la conoscenza di antichi mestieri come il fabbro, il falegname, la sarta o il maniscalco.

Per fare un immersione ancora più entusiasmante basta varcare il cancello del Historic Village, la cittadina ferma al 1890.

Le donne indossano gonne ampie con sopra un grembiule legato da un fiocco sulla schiena, gli uomini hanno la camicia a quadretti con sopra le bretelle, i passi sono accompagnati dal ritmo del rumore del martello che batte su un incudine in ferro, vi è un’inebriante profumo di fiori e di terra bagnata, le porte in legno cigolano e il parquet scricchiola sotto il peso del corpo. Le insegne sono in latta diventa a mano e le grandi case costruite con assi di legno verniciate hanno un fascino irresistibile. Ed ancora…le verande davanti la porta di casa, i polli che scorrazzano nel cortile e le finestre a quadratini. Mi sembra di essere sul set della casa della prateria, in versione più figa però.

Il villaggio è abbastanza grande ed ogni edificio è visitabile e perfettamente arredato. Ci sono l’emporio, la scuola, il fabbro, la casa del fattore, la stalla, la rimessa….essendoci poca gente non si ha la sensazione di un essere in un luogo finto creato per turisti, sembra invece di aver attraversato il tempo! Ogni particolare è curato nel dettaglio, dalle scarpe, alle acconciature, al mobilio, agli utensili. Non c’è nulla che faccia pensare ad una finzione scenica, né un cestino in plastica, né un portacenere in ferro fuori dagli edifici, né insegne strane al neon o toilette ultima generazione. Nessuno usa telefoni cellulari o walkie talkie e nessuno ha collane orecchini o atteggiamenti da ventunesimo secolo. Per me è come respirare l’aria di un sogno.

Dopo essermi fatta cazziare dalla maestra perché non avevo portato i compiti, mi siedo sulla panchina al sole ad ascoltare il ronzio degli insetti, il profumo dei fiori ed il belare delle pecore che brucano alle mie spalle. Che poi non manca nulla a questo posto. Il computer, la tv, le automobili, sono tutte robe superflue delle quali non senti affatto il bisogno.

E allora avvolta da questa serenità ti chiedi se, forse, proprio perché non ci ricordiamo più la delicatezza del vento che passa tra i rami di un albero, la quiete del sonnellino distesi su un prato o la gentilezza dei vicini che ti aiutano a mungere le mucche o a riparare la staccionata…siamo inevitabilmente spinti a trovare nella tecnologia qualcosa che ci tenga occupati per non pensare che, la vera vita, non è quella che stiamo vivendo.

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