Se c’è una cosa che mi scordo sempre (ma veramente sempre!) è il sale.

Risultato: ogni volta che mangio fuori casa mi sembra tutto terribilmente saporito. Non lo consumo, non ho nemmeno un recipiente per conservalo, lo tengo ancora nella scatola di cartone con l’angolo strappato nella parte alta per scongiurarne la caduta.

Per questo, faccio ingresso nel tempio dell’oro bianco come un astemio in Chianti. Mi guardo intorno con circospezione e per sicurezza ripeto ad alta voce “Che buono il sale! Mmmm quanto mi piace il sale! É proprio buono il sale!” e poi una domanda inizia a martellarmi in testa… si potrà nominarlo più volte consecutivamente?

Esistono così tante superstizioni legate al cloruro di sodio che il dubbio mi affligge più o meno come l’ansia di non aver chiuso l’automobile dopo essermi allontanata di soli due passi; sono antiche credenze che si tramandano di generazione in generazione come ad esempio: non lo si può passare mai di mano in mano tra commensali ma lo si deve appoggiare sul tavolo e,  se dovesse disgraziatamente cadere, ne vanno gettati immediatamente tre pizzichi dietro le spalle per scongiurare la sfortuna.

Il sale è uno degli elementi più preziosi, veniva utilizzato per la conservazione del cibo prima ancora di diventare il condimento più usato al mondo. Qui se ne producono dalle venti alle venticinque tonnellate ogni stagione.

Le vasche formano una scacchiera colorata parecchio suggestiva, intravedo il verde chiaro, il blu e un timido rosa. Per poter vedere l’acqua di un acceso color rosa cipria, dovrei restare fino all’ora del tramonto quando il sole accompagnato dalle sue sfumature di luce arancione, si tuffa in acqua rendendo ancora più evidente quel particolare pigmento. Per la tabella di marcia restare fino al calar del sole è fuori discussione, niente passeggiata tra le vasche quindi ma, a scongiurare la delusione per la mancata promenade, arriva la guida del posto che, con le sue curiosità e spiegazioni, mi svela il vero motivo di quella tonalità così particolare e incredibile.

Artemia salina, questa è la ragione. Conosciuta anche come ‘scimmia di mare’, è microorganismo vagamente somigliante ad un gamberetto pieno zeppo di beta carotene motivo per cui l’acqua assume le tonalità del vestito di Barbie principessa al party. Anche i fenicotteri, che vanno ghiotti di artemia salina, hanno il piumaggio rosa proprio perché ne mangiano in quantità.

Lo stagno è molto esteso e la sua profondità non supera i 40-50 cm. In questa splendida riserva naturale ci sono piccole isole verdi come Mothia, Schola e Santa Maria, siti archeologici unici che offrono la possibilità di passeggiare tra scavi e resti di epoca fenicia.

In mezzo all’acqua si vede distintamente un sentiero in pietra un tempo percorso coi carri. Partivano carichi di pesce e tornavano colmi di carne e ortaggi. Affascinante la storia dei primi scambi commerciali ma ancora di più è il fatto che questa strada adesso è percorribile a piedi o almeno lo era fino a qualche anno fa, poi per scongiurare l’affollamento stile ‘Salerno-Reggio Calabria in agosto’, è stato proibito ai turisti avventurarsi in tale impresa.

Ovviamente la sua straordinaria particolarità mi ha convinto ad annotarla sul mio personale diario delle “cose da fare una volta nella vita”. (che, visti i tempi, in futuro potrebbe trasformarsi in “cose che avrei voluto fare nella vita”).

Fortunatamente ho dalla mia parte un’intraprendente fantasia.

Metto a tutto volume la canzone di Gino Paoli e m’ immergo sulle note di sapore di mare, sapore di sale nelle fredde acque della laguna. Ai piedi ho un paio di sandali in plastica traforata, felice ricordo degli anni Novanta. Erano quelli colorati con la fibbia che si ossidava al primo sguardo, quelli che trovavi nella cesta fuori dai negozi delle località di mare. Dovevi rimestare ore chinata in quel cestone per scovare due scarpe dello stesso numero. Adesso non si vendono quasi più, se hai fortuna di scovarle te le fanno pagare come fossero accessori di alta moda ma… che ne sanno le nuove generazioni di quante ‘sandalate’ son volate verso i figli rompipalle scagliate da sotto l’ombrellone da madri esasperate? Rido e guardo in basso, inclino un piede per ammirarle con fierezza nemmeno fossero un paio di Louboutin.

Accidenti! Per poco non perdo l’equilibrio. Faccio attenzione a non mettere i piedi in fallo ma l’acqua fa attrito e rende il passo breve e incerto. Il sole mi brucia testa e spalle allora m’ immergo e, nuotando come una rana con l’artrite, mi spingo sul fondale per toccare quei massi color sabbia accarezzati dalle alghe. É pazzesco come, grazie ad oggetti e costruzioni, si possa essere così fisicamente vicini ad altre culture seppur temporalmente assai lontane. Immagino i cavalli battere gli zoccoli proprio qui dove ho messo la mano io, le ruote di legno girano veloci e l’acqua accompagna i viandanti con il suo avvolgente sciabordio.

Non importa se non ho potuto percorrere quell’antico sentiero, magari un giorno lo farò o forse non accadrà mai, ciò che mi rende felice è immaginare come sarebbe farlo veramente. Sarà mica questo il segreto di una vita felice?

Ricordare ciò che si è avuto, apprezzare ciò che si ha ed aggiungere un po’ di sale a quello che si avrà.

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