“Cerchiamo di arrivare presto alla cava, così non facciamo la camminata sotto il sole a picco.”

“Tranquilla, il bianco riflette il sole, è il nero che assorbe la luce e si scalda maggiormente.”

“Ho capito, ma se il sole picchia in testa mica fa differenza se stai su un blocco di marmo bianco o su un tappeto nero!”

“La fa la differenza, la fa, fidati!”

E infatti…

…sono le dodici e quaranta di inizio agosto e sembra di stare in un forno ventilato. Prima regola di sopravvivenza, se qualcuno ti dice ‘fidati!’, tu non ti fidare.

I parcheggi alla cava non sono parecchi ma sufficienti per l’affluenza, siamo a circa 900 metri sulle Alpi Apuane nel comune toscano di Massa, ma non è l’altezza che fa la differenza in quanto a temperature estive. I dolci tornanti fanno fischiare le gomme ma il silenzio dei boschi, che entra dai finestrini abbassati, ne cancella lo stridore;  la perfetta colonna sonora per giungere sino a destinazione.

Questo luogo è davvero particolare, qui la natura e l’uomo convivono in simbiosi anzi, in Symbiosis.

È infatti questo il nome del progetto nato nel 2018 che vede protagonista questa enorme cava, ancora in funzione, e gli elementi che la costituiscono. L’idea è creare uno spazio di aggregazione e arte, all’interno di un luogo di lavoro preservando altresì, un singolarissimo habitat creatosi tra le pareti marmoree della montagna. Proprio qui si trova infatti un biolago che, con le sue acque color verde acceso, carezza le lisce pietre di roccia. Al suo interno convivono una nutrita comunità di tritoni alpestri apuani, (un piccolo anfibio lungo circa 12 cm con una coda che fa da timone e quattro zampette corte) ed una specie vegetale rarissima: l’alga Chara che addirittura risale a 500 milioni di anni fa.

Per raggiunge questo bacino squadrato si scende lungo una strada cosparsa di ciottoli e polvere di marmo. Nonostante la pendenza del percorso, andar giù non è complicato…è che poi tocca rifare tutto il sentiero in salita!

(Per i più pigri o per coloro che hanno difficoltà a deambulare, i proprietari del punto ristoro ad inizio percorso, possono accompagnare le persone sino al laghetto dei tritoni con il loro fuori strada.)

Prima di arrivare al lago, che rimane nascosto agli occhi durante tutto il percorso, è possibile visitare in autonomia la cava, e scoprire così gli attrezzi utilizzati per il taglio, il trasporto e la lavorazione dei pesanti blocchi, inoltre, si possono ammirare alcune  opere di scultori che espongono in questi spazi all’aperto. Devo dire che mi ha sorpreso un po’ trovare un fallo appiccicato in cima ad un blocco di sette tonnellate (tonnellata più tonnellata meno), ma si sa, gli artisti son dei burloni e riuscire a capire cosa passa loro per la mente è come finire la settimana enigmistica senza le pagine delle soluzioni in fondo.

Comunque c’è qualcosa di stranamente appassionante nel vedere statue modellate accanto alla ruvida materia prima, è stato un po’ come passeggiare tra le sale di un antico laboratorio artigiano, certo, Michelangelo con il David è stato meno generoso, ma come si dice…ad ognuno il suo.

“Attenta a non scivolare! che se finisci in acqua poi chi ti tira sù?!”

Mi giro sorridendo un po’ imbarazzata dopo esser stata ripresa come una bambina e, noto che i tre ragazzi accucciati a pochi passi da me si alzano e si allontanano per non rischiare di dover partecipare al mio salvataggio. Decido quindi di retrocedere di qualche centimetro per scongiurare la caduta e resto con l’obbiettivo della macchina fotografica puntato verso i piccoli anfibi che nuotano lenti nelle acque torbide e melmose.

Sono completamente fradicia, sarà il caldo, sarà la scomoda posizione, ma non importa perché l’emozione è parecchia e resto a fissare l’ignoto ancora un po’. Il cane annusa timidamente l’acqua pensando di poterne approfittare ma dopo un paio di rapide sniffate si allontana contrariata.

Le pareti bianche striate di nero sono davvero suggestive, lunghe linee longitudinali di blocchi tagliati e venature verticali di varie scale di grigio, il tutto riflesso sull’immobilità dello specchio d’acqua color verde che non lascia filtrare lo sguardo al suo interno. Ci si trova al cospetto di due mondi identici e capovolti.

È tempo di risalire, dopo la prima inerpicata sento il sudore mischiarsi alla finissima polvere che sollevo ad ogni passo. Mi struscio la mano sulla fronte facendola scivolare lungo il collo e raccolgo una strana poltiglia viscosa tra le dita. Il viscido ‘impasto’ mi provoca una fragorosa risata. Mi balza infatti alla mente la scena del film ‘Cado dalle nubi’ in cui Checco Zalone prova a riattaccare il porta sapone alla parete del bagno utilizzando dell’acqua mischiata a cocaina. Mi guardo le braccia sporche e penso che, raccogliendo tutta questa polvere posata su di me, forse un attaccapanni al muro riuscirei ad incollarlo anche io.

Giungo in cima con la lingua più a penzoloni di quella del mio cane. Per fortuna il punto ristoro ha un bagno dove potersi rinfrescare. Apro la porta della toilette prefabbricata e al posto dello squallido bagno di fortuna, trovo delle pareti completamente rivestite in marmo e, per una frazione di secondo mi son sentita la protagonista di ‘case pacchiane’. D’altronde mi sembra più che normale utilizzare le materie prime locali per arredare, anche se si tratta di bagni pubblici.

Richiudo la porta alle mie spalle e penso: prossima tappa… miniera di diamanti.

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