“No vabbè ragazzi guardate quello là!”

“Ma chi?”

“Quello!”

“Dove?”

“Ma come dove? Quello laggiù vicino alla ringhiera.”

“Quello con la maglia gialla?”

“Ma no! Quello con la maglietta nera. Lo vedi?”

“Quello con i pantaloncini?”

“Ma noooo! Ragazzi ma siete cecati? Quello con la t-shirt nera e i pantaloni bianchi che sta appoggiato alla ringhiera.”

“Ah eccolo.”

“Sì ora lo vedo anch’io.”

“Sì pure io…e allora?”

“Ma come allora? Ragazzi non vedete che ha un mazzo di menta ficcato nel naso?!”

A Chouara la menta la sniffano. Intera. In foglie. Nemmeno Dan Peterson di Chattanooga Tennessee avrebbe osato tanto.

Pare sia proprio l’unico modo per impedire al forte odore acre e pungente di insinuarsi nelle narici. Questo afrore, molto particolare, è causato dal miscuglio di escrementi utilizzato per ammorbidire le pelli. Nelle vasche sotto di noi ristagnano infatti: urina di vacca e guano di piccione. Manco nel pentolone di Maga Magò c’erano ingredienti tanto schifosi. Ci sono anche acqua calce e sale, ma elencare i primi due componenti fa molto più effetto.

Il quartiere delle concerie è formato da palazzi squadrati color sabbia con piccole fessure che appaiono scure da distante. Le finestre sono di modeste dimensioni per ostacolare il calore del sole che s’insinua in casa quasi tutto l’anno. É un luogo la cui ricchezza culturale indiscussa l’ha fatta entrare a far parte del patrimonio UNESCO, qui  vengono lavorati le pelli seguendo antiche tradizioni e proprio laggiù, nelle vasche alla mia destra, noto un uomo completamente immerso sino alla cintola in questo nauseabondo liquido colorato, con fatica e dimestichezza immerge e sbatte lunghi lembi di pellame. A mani nude, senza alcuna protezione al viso o indumenti di lavoro.

Dall’XI secolo ad oggi quante pelli saranno state appese ad asciugare su queste lunghe corde tese che disegnano il perimetro della piazza? E sopratutto, quanti miliardi di piccioni avranno dovuto cagare negli ultimi secoli per permettere a tutti noi di avere dei portafogli da sfoggiare davanti alla cassa del supermercato il sabato mattina?

La terrazza dal quale si affacciano tutti i turisti (come noi) fa parte di un negozio di abbigliamento (ovviamente in pelle) e valigeria. Ce ne sono diversi che permettono di ammirare le vasche dall’alto e sono i proprietari stessi che vanno in cerca di stranieri per strada offrendo loro ramoscelli di menta, speranzosi di concludere a fine visita almeno una vendita. Con noi il titolare dell’esercizio commerciale casca male anzi, malissimo, siamo così squattrinati che quasi quasi ci viene in mente di conservarci la menta per un cocktail pomeridiano. (Ovviamente non lo facciamo, sarebbe stato un po’ troppo anche per noi il mojito con lime, zucchero di canna e caccole.)

Diamo un ultimo sguardo in basso, su quelle vasche disposte a nido d’ape riempite da liquidi di vario colore, peli e grasso in eccesso vengono raschiati via nei primi processi, la tintura avviene solo successivamente all’interno delle vasche più scure ed infine viene fissato il colore. É proprio grazie all’ammoniaca contenuta nello sterco che la pelle viene resa più morbida per le successive lavorazioni.

Ricordo che da piccola mio padre tornò da un viaggio in Marocco portandosi dietro dei dolcetti gelatinosi immangiabili (che però il mio compagno di banco delle medie apprezzò tantissimo (sì, è ancora vivo), un tappeto (comprato per disperazione per sfuggire all’insistenza dei negozianti) e delle babbucce in pelle che Aladin non avrebbe utilizzato nemmeno per scendere a buttare la spazzatura. Babouches, si chiamano proprio così ed hanno il tipico pennacchio in punta. Le misi per un paio d’ore per farlo contento ed una volta tolte mi ritrovai i piedi completamente bordeaux. Adesso che conosco la composizione di quel colorante ‘naturale’ tutta la poesia e l’ilarità di quel momento infantile svanisce, spazzato via da un vento caldo e meschino dall’acre odore.

 

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