Autore: Antonin Artaud
Sentire la rabbia e la frustrazione di un autore mentre si leggono le sue parole, è un come ascoltare la splendida voce di un cantante intonato. Trovo assai stimolante riuscire a comprendere i sentimenti profondi di uno scrittore, poterne sentire il livore, l’astio, il disprezzo e la frustrazione.
Artaud, rinchiuso in manicomio per quasi un decennio, viene sottoposto a un’enormità di elettroshock e cure coattive al fine di rimuovere turbe mentali ed allucinazioni. Quando finalmente verrà rilasciato nel 1936, partirà per il Messico, alla ricerca di un luogo nel quale poter cercare la Verità che sfugge al mondo occidentale e che solo i popoli delle montagne hanno conservato.
“Vi è nel Nord del Messico, a quarantotto ore da città del Messico, una razza di puri indiani rossi , i Tarahumara… Questa razza… resiste da quattrocento anni a tutto ciò che è giunto ad attaccarla: la civilizzazione, il meticciamento, la guerra, l’inverno, le bestie, le tempeste e la foresta.”
Il libro è una sorta di taccuino di viaggio nel quale Antonin appunta, insieme ai suoi pensieri, il rituale del peyote, alcune informazioni sulla popolazione indigena e, tutte le considerazioni più profonde e crude che ha nei confronti dell’uomo europeo. L’Europa è per lui formata dagli ‘uomini che si sono sbagliati’. (trovo questa definizione magnifica)
Gli occidentali non hanno più rispetto per nulla, per il sacro, per la Natura, per loro stessi, per Dio. E questo Dio non ha sesso, non è né uomo né donna, è solo colui che ha creato tutto.
“…una forza infinita un giorno ci ha lanciato in un’anima e quest’anima in un corpo…”
Il peyote è l’unico mezzo per raggiungere il luogo della prescienza. Il posto in cui vi è l’equilibrio e il controllo del sè. L’infinito per intenderci. Antonin attende sulle montagne l’arrivo dei sacerdoti, descrive il rito del Ciguri, la preparazione del peyote e le danze. Ci spiega che questa pianta può condurre la mente in quel Vuoto da cui le cose fuoriescono nella realtà.
Il governo del Messico fa ovviamente di tutto per sottrarre il peyote alla popolazione dei Tarahumara e ne impedisce la coltivazione distruggendone i campi.
Ma l’autore, che non era affatto matto ne tantomeno stupido, ci porge questo quesito: come mai tutti gli Stati permettono lo stordimento delle masse con alcool, fumo, religione e politica, ma distruggono gli unici elementi naturali che permettono all’uomo di elevarsi?!
Le pagine finali sono lettere, lettere di rabbia verso una civiltà totalmente errata dalla quale lui vorrebbe prendere le distanze. L’occidente si è perso, non riconosce più il maestro di tutte le cose: colui che comanda le relazioni esteriori dell’uomo come l’amicizia, la pietà, la fedeltà, la devozione e la generosità.
“Ben presto tutta la nostra razza sarà malata. Il tempo è diventato troppo vecchio per l’Essere…”
Il male non è il peccato, ma la perdita di coscienza ed il peyote permette di non confondere la menzogna con la verità.
Questo testo è un viaggio nel viaggio, uno di quei libri difficili da leggere per la troppa foga espressa ed i concetti ingarbugliati che scendono con l’impeto di una valanga sui fogli di Artaud ma che, una volta finito, ci fa sentire sazi di vita.
“Le cose non sono come noi le vediamo e come noi le sentiamo…più noi invecchiamo più diventano false perché sempre di più il male vi si mesce. Il mondo all’inizio era completamente reale, suonava nel cuore umano e con lui. Adesso il cuore umano non vi è più, l’anima neppure perché Dio se n’è ritirato.”
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