Dopo dieci giorni di viaggio ho scoperto che Barbara non esisteva.
La persona che continuava in maniera gentile a girarsi ogni volta che la chiamavo, in realtà, aveva un altro nome.
Vabbè, tutto sommato, meglio di quella volta che abbiamo seguito per un’ora una donna col cappotto uguale alla nostra guida, pensando erroneamente che fosse la nostra guida. (stalker di livelli pro)
E poi si sa, i nomi son sempre difficili da memorizzare, soprattutto quando te li sparano a raffica nell’area controllo passaporti, dopo 7 ore di volo, con i sorrisi ebeti, le braccia che s’incrociano, le bretelle dello zaino che premono gravose sulle spalle e le mani sudate che si stringono.
“Ornella piacere”
“Raffaella?”
“No Ornella.”
“Ah scusa, io sono Daniela, piacere”
“Ciao Raffaella.”
“No, sono Daniela.”
“Sì avevo sentito, sono io Raffaella.”
“Ornella?”
“No, Raffaella. Ornella è lei.”
“Ah.”
Salgo sul pulmino piuttosto confusa, i primi posti sono già presi, scorro perciò verso il fondo, nei sedili che un tempo servivano a nascondersi dagli insegnanti per fumare le Marlboro al mentolo. Mi siedo.
L’autista sale, si accomoda, chiude lo sportello, allaccia la cintura, gira la chiave nel quadro e dà il via alla magia.
In un istante il rombo del motore accende fasci di luci sfolgoranti rossi e blu. Filamenti abbaglianti illuminano a giorno il tettuccio. I neon bicolore incastonano un logo mercedes talmente grosso che se Giotto avesse voluto provare a replicarlo, avrebbe dovuto avere un braccio lungo almeno 1 metro e 80.
“Ammazza che pulmino sobrio!” esclama qualcuno.
“Questo usava anche Principe di Inglaterra” afferma orgoglioso la guida.
-Per andare a mignotte- Penso io.
Ci manca un palo al centro ed un pappone che fuma il sigaro.
Potremmo persino affittarlo per gli addii al celibato.
La strada corre veloce e l’unica cosa che penso guardando fuori dal finestrino è: -chissà se da fuori la gente vede quest’atmosfera da film hard anni Ottanta-
Sembra davvero il contesto di quei film che si trovavano in videocassetta nel cestone delle offerte dell’autogrill. A quei tempi, se ti mettevi a rimestare in quel carrellone in ferro, potevi tirare su dei capolavori: Sapore di mare, Robin Hood, Dumbo o, la lingua di Erika.
Tibilisi deve ancora svegliarsi. Sono da poco passate le sei del mattino, il traffico è timido, le strade pressocchè deserte ed i palazzi vengono illuminati da raggi di luce radenti.
Ci sono delle strutture strepitose in questa città. Qui, architetti da tutto il mondo, han portato il loro contributo artistico alla capitale. Edifici con blocchi che si incastrano tra loro, cupole di vetro, ponti con le ali, palazzi con elementi che ricordano foglie giganti, brutalismo, art decò e rotondità.
La parte vecchia della città invece, è un misto tra Trentino Südtirol e villaggio medievale. Strade in salita lastricate a pavè, case coi terrazzi in legno ed un piacevole silenzio diffuso.
Tra le abitazioni spuntano alcune basse cupole in mattoni sotto le quali si nascondono le terme cittadine.
Tibilisi conserva un carattere ancora autentico, ai turisti sono dedicati alcuni shops di souvenir, ma non molti, ed una funicolare che, senza sosta, li trascina sino al punto più alto della città.
La strada principale della capitale è sconquassata da cantieri ma, da alte casse posizionate vicino agli operai, risuona musica classica che dona tranquillità ai lavoratori.
Il museo nazionale non mi convince granchè: tre piani di scale che conducono ad antichi gioielli, ceramiche in pezzi, animali imbalsamati e decine di teschi di plastica infilzati su alti piedistalli.
Mi rifaccio gli occhi con la mostra d’arte di Pirosmani e Mose Toidze.
Secondo giorno. Colazione.
Riempiamo i piatti come ad un matrimonio partenopeo. In altezza.
Cupole di cibo, incastrato e mischiato, l’insalata di pollo vicino ai pancake alla marmellata, che a loro volta stanno spiaccicati sotto delle crepes al formaggio, che stanno sotto al pane nero con pomodori e cetrioli, che stanno sotto al melone, che sta sotto la brioche, sormontata da fette di prosciutto, coperto di olive che si appoggiano a delle pesche sciroppate.
Ci guardiamo i piatti come geometri compiaciuti.
“Che tanto in pancia c’è buio!”
Prima tappa, le Cronache. Le scale in salita sono appropriate dopo una colazione luculliana.
Il primo sbuffo è tutti gusti, come le caramelle di Harry Potter.
-Forse quattro uova sono troppe, domani ne prendo tre.-
Prima di rimetterci in cammino, scattiamo settemila foto (tutte uguali), alle alte colonne nere.
Viaggiamo verso Ovest superando cartelli di luoghi con nomi impronunciabili ed una varietà incredibile di fiumi, ruscelli e torrenti. Tra una tappa e l’altra facciamo delle fermate per visitare chiese e tipici monasteri.
La Georgia ci regala scorci incantevoli, una carrellata di frutteti, foreste, case con pergolati in legno e tanti, tantissimi, caratteristici, punti ristoro.
Ed è proprio a meno di 48 ore dall’inizio del viaggio che scopriamo cosa significhi realmente il nome Georgia ‘soft’.
Il nostro itinerario è infatti scandito dal tempo di cottura del catchapuri.
Non ci sono scatti fotografici da fare o bisogni fisiologici da espletare…l’unico motivo per cui ci si ferma (ad intervalli regolari e sempre più ravvicinati) è per mangiare.
Scopriamo tutti i diversi modi di cucinare la focaccia georgiana. C’è ad esempio il catchapuri classico, a forma di barca, con formaggio filante, un uovo crudo ed un tocco di burro, bisogna mangiarlo ben caldo, staccando i pezzi di pasta dalle estremità mischiando gli ingredienti tra loro per poi gustarli a mò di scarpetta. Ci sono poi altre varianti: focaccia tonda col formaggio, con carne speziata, con carne e formaggio, con verdure e con l’uovo e formaggio.
“Volete che ci allunghiamo dieci minuti per assaggiare un pane fatto con cannella, uvetta, chiodi di garofano e…”
“No!”
“Siete sicuri?”
“Sì!”
“Ma lo fanno solo in questa parte di Georgia.”
“No! Grazie.”
Al quarto giorno l’impronta sull’asfalto delle gomme del nostro pulmino si era già dilatata di almeno tre centimetri. Satolli e felici, attraversiamo le regioni di Imereti, Samegrelo e Svaneti.
Il nostro autista (come ogni mattina) pare un po’ provato da presunti bagordi notturni.
Diamo un occhio al livello di ch’ach’a all’interno della bottiglia che teniamo in fresco e notiamo un cospicuo ammanco. (La ch’ach’a è una grappa fatta in casa che assomiglia vagamente alla benzina, morbida al palato, con un retrogusto di etanolo, accarezza la trachea e l’esofago al suo passaggio, come fiamme su un campo di grano)
“Secondo voi ha fatto serata?”
“Ma quanto avrà bevuto?”
“Ma figurati, questi ci sono abituati, la bevono come fosse succo di frutta”
“Stai a vedere se oggi non scopriamo come si compila un cid georgiano”.
Ma il nostro autista è un omaccione di esperienza, dribbla mucche maiali e cavalli senza batter ciglio. É il Maradona delle greggi.
In Georgia tutti gli animali girano liberi e così, puoi trovare una decina di pecore che dormono dietro ad una curva, una scrofa coi maialini che attraversa la strada, mucche immobili che, continuando impassibili a ruminare, ti scrutano mentre fai lo slalom in mezzo a loro. Oche e galline stanno sul ciglio della strada in prossimità delle abitazioni ed i cavalli, col loro testone, spuntano da dietro le siepi come vicini curiosi.
Vardzia e Uplistsikhe sono forse i luoghi più incredibili che visitiamo. Due realtà scavate nella roccia, una su una parete intera di un’altura, con scale, grotte, una chiesa affrescata ed un tunnel (che invece di condurti all’uscita ti riporta in vetta a tradimento!). L’altra con buchi circolari su rocce levigate, un percorso tra antichi ripari e sali scendi in pietra, una piccola chiesa ed un panorama sulla verde vallata che toglie il fiato.
A metà viaggio arriviamo a Ushguli. Forse la meta più agognata del tour.
Basta chiudere gli occhi ed affidarsi ad una divinità qualsiasi, ed il lungo sentiero (male asfaltato ricco di strapiombi vertiginosi, valanghe, massi in mezzo alla strada e strettoie a picco) ti sembrerà una passeggiata.
“Noi ora facciamo strada del diavolo, poi fermiamo per catchapuri e poi prendiamo strada di morte”.
Dopo quattro ore scorgo le prime torri di Ushguli. A quel punto mi rendo conto di aver fatto quasi tutto il tragitto in apnea. -Chissà se Maurizio Marini è venuto ad allenarsi qui.- Riprendo il normale battito cardiaco e getto lo sgaurdo in questo magico angolo di mondo.
Il piccolo paese (che risulta essere il centro abitato più in alto di tutta Europa e Caucaso), è davvero affascinante. Ogni casa ha una sua torre ed ogni torre il suo tetto. Le strade sterrate sono strette, le case in roccia malconce e le finestre di nuova fattura si incastrano sulle facciate in maniera un po’ strana, posizionate storte e con una quantità esagerata di schiuma isolante.
La gente non è felice. Lo si percepisce. Ci si fa caso quando si prova ad incrociare qualche sguardo.
Il turismo si sta facendo più insistente e rumoroso. Invade spazi privati e rompe silenzi. Costruzioni completamente dissennate e disarmoiche vengono erette senza alcun rispetto dell’arcano equilibrio urbano. Si cerca di dare servizi ai turisti per stare al passo con questa incursione inaspettata ed indesiderata, ma il disagio di una convivenza forzata lo si nota.
O almeno è quello che ho provato io.
La Georgia è un po’ questo. Un territorio straordinario dal punto di vista paesaggistico, con un’attenzione assoluta per la Natura. La semplicità e l’accoglienza della gente nei piccoli centri urbani ricorda le nostre care cittadine del Sud degli anni Ottanta e Novanta.
Non ci sono parcheggi da pagare, strisce blu, gialle, bianche, ztl, zcs, varco green. Non ci sono le decine di forze di polizia diverse che abbiamo noi. In Italia c’è una divisa per tutto, loro invece hanno una sola regola: non dar fastidio.
Se tu dai “fastidio”, come dire… poi non darai mai più fastidio.
Mi sembra un’ottima regola tutto sommato.
Cos’altro ho imparato della Georgia:
che hanno un acqua frizzante salata eccezionale, in un sorso ti da l’apporto di sodio settimanale, ma non si può proprio resistere al suo sapore.
Prima di fare il segno della croce, appoggiano tre volte la fronte sull’icona, poi la baciano tre volte, con le pollice indice e medio uniti, si toccano la fronte poi la spalla destra, poi con violenza la sinistra (per colpire il demonio) ed infine s’inchinano a toccare per terra (da dove siamo finiti e dove torneremo).
A proposito, quando il ‘viaggio’ finisce, qui in Georgia incidono col laser il volto del defunto su lapidi nere di grandi dimensioni. Una cosa davvero singolare.
L’alfabeto georgiano non deriva da nessun altro alfabeto esistente, non ha gli articoli e non ci sono il femminile ed il maschile. Ogni cosa ha il suo nome.
Nel Paese ci sono decine di miniere, di marmo bianco e giallo, di manganese, di carbone, di basalto nero e di ambra nera.
Quest’ultima pare sia la cosa più bella da acquistare come souvenir. Dicono che alla vista sembri plastica, ha la leggerezza della plastica, al tatto sembra proprio plastica ed è lucida come la plastica.
Ho comprato tre collane, molto belle e, adesso che le guardo con più attenzione, sembrano davvero di plastica.
La casa natale di Stalin è molto piccola ma, considerando che da ragazzo è riuscito a portar via un milione e quattrocentomila dollari da un treno in corsa, credo che poi abbia abitato in luoghi meno modesti.
La churchkhela è deliziosa. Un affare lungo e bitorzoluto, diciamo non proprio di bellissimo aspetto, simile ad una candela diciamo, è’unico dolce locale degno di nota. Mosto con noci e nocciole, da provare.
Le croci sulla bandiera rappresentano i quattro evangelisti.
Qui il cavallo non si mangia e quando piove nessun uomo usa l’ombrello.
La Georgia è ancora una terra autentica. Uno Stato invaso innumerevoli volte nel corso dei secoli, attaccato, sottomesso, liberato, distrutto, ricostruito, conquistato dinuovo. Un viaggio sicuramente particolare in una incredibile terra che unisce Occidente e Oriente. I figli di tanto patimento sono uomini fieri, patrioti e resistenti sia culturalmente che spiritualmente, ed è a loro, ai miei compagni di viaggio e a questa Nazione che dedico un brindisi: Gaumarjos!







