Dai parliamo seriamente, questa mostra è stata per me la più brutta mai vista, non ne ricordavo una così da quella all’interno del museo di arte contemporanea di Los Angeles del 2013. Soldi buttati.
Il problema è che oggigiorno Instagram è la vetrina più conosciuta al mondo (forse la precede tik tok ma non bazzico quella applicazione). In quel piccolo spazio fisico c’è un’ infinita area virtuale nella quale coabitano artisti da tutto il mondo. Ed è proprio lì, tra un riquadro e l’altro, che la gente si fa largo tra la folla sgomitando, per riuscire a ritagliarsi la più ampia fetta di mercato umano (follower).
Qualcuno riesce, altri arrancano ma, tra quelli che ce la fanno, diciamolo, ce ne sono alcuni che fuori dai confini di uno schermo non avrebbero ragion d’esistere.
So che l’arte è assolutamente soggettiva, perciò io sto esprimendo il mio parere: i lavori di Suissas non sono fatti per essere appesi alle pareti.
Il suo stile fotografico, se di fotografia possiamo parlare, è quasi infantile. Un gioco di somiglianze, un collage di elementi similari che si sostituiscono e si integrano tra loro.
Si chiama: prospettiva forzata.
Lo faceva a suo modo Man Ray con ‘le violon d’ingres’ e lo ha fatto lo straordinario Cheva Madoz con, ad esempio, la pera/lampadina e il bicchiere/vagina.
Lo hanno fatto i milioni di turisti per decenni, essi per uno scatto, hanno assunto le più assurde posizioni accanto alla torre di Pisa. Un edificio inclinato che si è trasformato in gelato, in palo, in fallo, in dito. Lo abbiamo fatto a Parigi, stringendo con la mano la Tour Eiffel o in spiaggia quando calpestavamo col piede gigante davanti all’obbiettivo, il gruppo di amici posizionati a distanza.
Momenti simpatici, che trasformano la realtà ma che non danno propriamente delle emozioni. Mere composizioni prospettiche che producono illusioni ottiche.
Va bene la fantasia, va bene l’estro, va bene l’intuizione…ma realizzare una mostra per questo tipo di immagini è davvero troppo. Passeggio nell’unica sala dell’esposizione e mi rendo conto che tutti quei soldi del biglietto li avrei potuti investire in un bel pranzo e, seduta al tavolino, avrei potuto far scorrere le immagini del mio smartphone ottenendo lo stesso identico risultato.

































