Parafrasando il titolo dell’horror uscito nel 1974 direi…non aprite quella torre!

Ok va bene, la Mole Antonelliana è il simbolo di Torino. Della città è sicuramente la costruzione più conosciuta, nonostante i palazzi reali, le gallerie e le residenze storiche, se trovassimo il disegnino della Mole sulla settimana enigmistica sapremmo tutti che si tratta della città del gianduiotto.

Nonostante la sua importanza, quanto meno architettonica, per me non è stato un bell’incontro. Non posso negare che da fuori sia graziosa ma, la visita è stata piuttosto spiacevole. Si ho scritto spiacevole con la ‘s’. Il prezzo del biglietto è veramente troppo esoso considerando che si tratta di una breve corsa su un piccolo ascensore che conduce ad una terrazza stretta dalla quale la vista sui tetti della città non è affatto qualcosa di emozionante. Insomma, una delusione in grande stile.

D’altronde, se una cosa parte male, non può continuare meglio. La torre doveva essere in principio una scuola ed un tempio per la comunità ebraica torinese, (nel 1848 lo Statuto Albertino concesse la libertà di culto ed era giunto il momento di avere i propri spazi) ma, come nelle peggiori delle previsioni, tra lavori che andavano a rilento, costi di realizzazione che si alzavano di anno in anno, problemi strutturali che facevano di tanto in tanto capolino ed un tetto che non si capiva come dovesse essere concluso…delusi e scocciati, gli israeliti gettarono la spugna e scesero a  patti col comune: loro avrebbero ceduto la struttura in cambio di un po’ di terreno in un altro quartiere della città.

A più di vent’anni dall’inizio della costruzione (siamo alla fine del 1800) Antonelli non si diede per vinto. La sua opera non piaceva praticamente a nessuno ma egli decise che doveva riuscire a concluderla seguendo il suo progetto originale. Riprese perciò i lavori per innalzare il tetto di oltre cinquanta metri aggiungendoci la lanterna e il balcone panoramico. Una volta ultimata, la torre fu l’edificio più alto della città per giusto una manciata di anni. Se non altro dobbiamo dare atto a questo architetto di non aver mai mollato.

Nella pancia della Mole hanno vissuto diversi musei fino al 2000, anno nel quale venne allestito quello dedicato al cinema divenuto ormai un must del turismo torinese.

Nutrivo grandi aspettative ma davvero mal riposte. Credevo fosse un minimo interattivo, visto l’enorme affluenza di pubblico e sopratutto di bambini e ragazzi, ma non lo è; c’è una piccola parte riservata ai video in 3d, con tanto di fila d’attesa dedicata ma, lascia decisamente a desiderare (il film che avevo scelto io non girava nemmeno); ci sono veramente poche indicazioni, non mi aspettavo di uscire cinefila, ma con un tantino di nozioni in più magari sì!  In ultimo… non ho veramente capito a cosa siano utili tutte quelle poltrone reclinate in mezzo alla sala! Il video trasmesso sulle pareti era composto da spezzoni di film ma la musica in filodiffusione era tutt’altro che l’audio di quelle scene, alcuni ipotizzavano che sdraiandosi sulle chaise longue, un paio di casse installate ai lati dello schienale avrebbero permesso l’ascolto del sonoro del video ma di fatto, nessuna poltrona testata funzionava in tal senso.

Le vetrine che espongono le macchine fotografiche antiche , le prime cineprese e i video sperimentali d’epoca, sono molto interessanti. Collezioni davvero preziose per gli amanti dell’argomento. Senza dubbio la parte di maggior pregio e quella che mi ha entusiasmato davvero. Il resto è stato solo aria fritta. Corridoi pieni di nulla, qualche foto, dei video, piccole sale che ricreano ambienti di film che probabilmente avrebbero acquistato più valore con qualche giovane mascherato in tono con l’ambiente.

Passavo da un luogo all’altro seguendo la lenta fila di persone che, con la mia stessa espressione annoiata cercava di individuare qualcosa per la quale mostrare un minimo interesse.

Davanti la piccola teca contenente le scarpe e il bustino di Marilyn Monroe mi sono chiesta dove fossero gli altri miliardi di abiti di scena che pensavo di trovare in questo rinomato museo. Forse in qualche magazzino insieme ai vecchi cartelloni pubblicitari ad oggetti e mobilio?

Probabilmente avere troppo spazio a disposizione ha messo in difficoltà. Quando uno ha così tanta superficie da allestire le opzioni sono due: o ha molte cose da mostrare e costruisce una carrellata temporale piena zeppa di curiosità ed oggettistica, oppure, rischia di occupare l’ambiente senza entrarci in sintonia. Ed è quello che ho percepito io. Un continuo tentativo di riempire la superficie  passando dal western ai cartoni animati, dai cult agli horror, senza alcuna logica apparente.

Perciò, mi ritrovo a scattare qualche foto qua e là sino allo store posizionato prima dell’uscita e, davanti a tutti quei volumi sul cinema, i registi e gli attori, capisco che a questo museo nazionale manca proprio quella che è la dote più famosa del cinema : la capacità di far sognare.

 

 

 

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