Capisci che stai arrivando all’Oasi di Huacachina perché d’improvviso passi da Kabul a Copacabana. Siamo stretti in cinque in una macchina piccolissima. O per meglio dire, stanno stretti, loro quattro, pigiati nei sedili posteriori.

“Io son tutta rincagnata! Non ce la faccio più, quanto manca?”

“Resisti siamo quasi arrivati!”

“Come fai a dirlo?”

“Non ci sono più i marciapiedi.”

“Che vuol dire? Hanno tolto i marciapiedi? Non vedo nulla da qua dietro!”

“Voglio dire che c’è più sabbia qui sulla strada che al Bagno di Marione a Follonica.”

 

Dal centro di Ica ci vuole circa un quarto d’ora. Il taxi sfreccia non curante del traffico, dei cani, dei pedoni, delle curve, dei carretti in mezzo di strada, dell’anziana claudicante col sacco di tela sulle spalle, degli stop, del grande uomo pelato con la bici nera, degli incroci in cui si deve dare precedenza, della moto con 4 persone sopra, del camion della nettezza che suona la musica Disney e del pullman che fa manovra alzando un gran polverone.

Più ci si allontana dal centro e più le strade risultano sporcate dalla sabbia. I marciapiedi vengono quasi cancellati dalla rena color oro. I palazzi sono sempre meno frequenti, dietro di loro alte dune di sabbia compaiono all’improvviso.

C’è una fila di taxi molto lunga. Noi siamo in coda e, con ancora l’auto quasi in movimento, scendiamo davanti a delle baracche che vendono cibo, souvenir e una miriade di bandane colorate.

Finalmente vedo la mia prima oasi della vita e devo ammettere che, me la immaginavo totalmente diversa. Non si presenta affatto come un luogo naturale e romantico, è invece un agglomerato di edifici ed attività commerciali (un po’ decadenti) che abbracciano un laghetto con l’acqua verde di stagno. Le palme ci sono, le dune di sabbia pure, ma manca un po’ l’atmosfera esotica dei film hollywoodiani.

“Remo io ragazzi!”

Mai frenare l’entusiasmo di un amico. Saltiamo a bordo di una barchetta in legno. Dopo dieci minuti eravamo ancora così vicino la riva che un signore, allungando un po’ la gamba, ci ha spinto col piede un po’ più in là. I pedalò attorno a noi, lenti per natura, sembrano sfrecciare mentre ci passavano accanto.

“Non avevi detto che sapevi remare?”

“No. Io ho solo detto che avrei remato. Non avevo specificato come.”

“Piuttosto ditemi quando sono passati venti minuti che dobbiamo rientrare.”

“Venti minuti?”

“Sì abbiamo il noleggio solo per venti minuti.”

“Beh ne sono passati quindici.”

“Allora faccio inversione.”

“Ma quale inversione!? Basta che dai due colpi di remo all’indietro e siamo arrivati!”

“Cretina!”

“Incapace!”

Nonostante le modeste dimensioni del lago, siamo riusciti a guadagnare poco più che il centro. L’acqua è verde muschio, così scura che le palme non riescono nemmeno a specchiarsi. Le dune che lo circondano sembrano così morbide da quaggiù e il sole, picchia davvero duro.

Una birra ghiacciata prima di scalare la vetta sabbiosa più alta è d’obbligo. In uno dei bar all’aperto che costeggiano il laghetto, la servono insieme al mais salato. Dopo il primo sorso, sembra già più bella questa oasi.

Il meglio di se questo luogo lo da quando ti allontani da esso. Da quassù, Huacachina è proprio graziosa. Un cane solitario cammina lungo la cresta con agilità (quella che manca a me); faccio un passo avanti e quattro indietro, trovo alla fine un luogo perfetto per sedermi a contemplare il panorama. Peccato per il rumore straziante delle jeep che, senza alcun rispetto dei pedoni che si avventurano lungo il deserto, sfrecciano a velocità folle portando a bordo qualche turista idiota. E non che i turisti lo siano, ma quelli che stavano sulle jeep in quel deserto limitrofo Huacacina sicuramente sì. Le macchine viaggiavano così velocemente che facevano salti molto alti grazie al dislivello delle dune e ripiombavano al suolo con un tonfo sordo. Roba che ti possono uscire e rientrare contemporaneamente almeno sei ernie. Immagino il nostro tassista alla guida di quei piccoli fuoristrada mentre affronta dossi e salite, ed un brivido mi scende lungo la schiena.

 

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