Autore: Pier Paolo Pasolini

Intellettuale italiano. Mi piace questa definizione. Del resto Pasolini ha accarezzato tutte le arti, dal cinema alla poesia, dal giornalismo alla pittura. Tra i numerosi saggi e romanzi c’è anche questo diario di viaggio, sicuramente meno conosciuto, ma non per questo meno affascinante.

È il 1961 e Pier Paolo si reca in India per la prima volta e lo fa in compagnia di Elsa Morante e Alberto Moravia. Un trio che non si rivela a queste pagine nelle quali, un po’ come nella vita, Pasolini pare camminare da solo.

“…mi avventuro da solo a girellare ancora un poco…” ; “…mi piaceva camminare, solo, muto, imparando a conoscere passo per passo quel nuovo mondo…”.

Le sue descrizioni non lasciano trasparire paesaggi ma emozioni, non vengono descritti luoghi ma persone. Le sue sono frasi quasi tangibili, se ne sente la consistenza, si percepiscono gli odori, le puzze e sembra quasi che la sporcizia e la polvere si appiccichino addosso.

Attraverso i suoi occhi l’India si mostra per quella che è, un groviglio di miseria e religiosità, dove le persone mostrano “…sorrisi di dolcezza, non di allegria…”, dove pare che nessuno abbia una meta o un’occupazione e l’esistenza non appaia altro che un “…girare a vuoto per tutto il giorno…”.

“…tutti i portici e i marciapiedi rigurgitano dormienti…” scrive Pasolini e, pagina dopo pagina, me lo immagino con la fronte corrucciata tipica di uno che osserva, metabolizza, digerisce e comprende. Uno che cerca di schivare l’insistenza dei mendicanti e al contempo ricerca la vicinanza degli sguardi, un’uomo che percepisce subito la bruttura che avvolge quei luoghi nei quali “…ogni risveglio al mattino dev’essere un incubo…” e che arriva persino a scrivere che, la vita in quel Paese, “…ha i caratteri dell’insopportabilità…”.

Se solitamente i resoconti di viaggio permettono di scoprire posti fornendo con le proprie descrizioni quasi delle ‘fotografie’, in questo diario le uniche cose che troveremo sono le meravigliose ‘descrizioni di pancia’ che solo Pasolini poteva lasciarci, come: “…e le vacche per le strade, che andavano mescolate alla folla, che si accovacciavano tra gli accovacciati, che deambulavano con deambulanti, che sostavano tra i sostanti: povere vacche dal mantello diventato di fango, magre in modo osceno, alcune piccole come cani, divorate dai digiuni, con l’occhio eternamente attratto da oggetti destinati a un’eterna delusione…”.

L’odore dell’India è un libro dolce e crudo, proprio come il Paese che descrive ed è grazie alla straordinaria penna di Pasolini che si può riscoprire l’eleganza del viaggiatore e della sua inafferrabile curiosità (una delle doti più preziose per un giramondo), tra queste righe anche noi possiamo sentirci affamati di vita, proprio come lui: “…Sono le prime ore della mia presenza in India, e io non so dominare la bestia assetata chiusa dentro di me, come in una gabbia…” ed è proprio questa la grandiosità del suo resoconto di viaggio.

 

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