Autore: Robert Louis Stevenson

L’uomo che ringrazia la Natura dopo una notte passata all’aperto è, non solo un uomo saggio, ma un uomo da amare. Peccato non aver vissuto in quegli anni, avrei sicuramente provato a fare la corte al buon Robert.

Stevenson è un romanziere d’ indiscussa fantasia e talento e un viaggiatore oltremodo romantico. Le sue descrizioni dei boschi, dei paesaggi e del cielo stellato, seppur brevi, riescono a toccarti l’anima con gentilezza.

Non è ancora trentenne quando, nel settembre del 1879, decide di visitare il Cevenne, la catena montuosa della Francia meridionale. Per farlo si equipaggia in modo da viaggiare il più leggero possibile, sceglie bene cosa lasciare a casa e cosa mettere nel bagaglio, operazione indispensabile per attirare il meno possibile l’attenzione su di sé poiché, essendo straniero, era una delle cose più importanti da fare per non avere grane con nessuno durante il tragitto. La sua inventiva lo porta a progettare e realizzare (udite udite) il ‘sacco a pelo’ e, devo ammettere, il suo essere coraggioso seppur prudente ed ingegnoso, sono altri elementi che mi spingono a pensare solo cose belle di quest’uomo.

“…lo chiamo ‘sacco’: ma non è stato un sacco per cura cortesia; era piuttosto una specie di lungo rullo a salsicciotto, di tela verde impermeabile, foderato all’interno di pelo di pecora color azzurro…”

Il tragitto non è così entusiasmante, attraversa vallate e castagneti, dorme a terra nei boschi nascondendosi da occhi indiscreti e cercando di non far rumore. La sua compagna di viaggio è una piccola somara acquistata per l’occasione, lui ci si affeziona giorno dopo giorno e, giunti al momento di doversi separare, all’atto di vendita, non potrà trattenere le lacrime. Questa sensibilità traspare in ogni sua riflessione introspettiva ed ogni commento sugli accadimenti della giornata appuntati in questo resoconto di viaggio.

“…ero considerato con disprezzo come un uomo che progettasse un viaggio sulla luna…” 

Fermarsi a parlare con i preti di piccole chiese arroccate, con montanari incontrati all’osteria e contadini incrociati tra i campi delle valli attraversate, sottolinea lo stupore e la gentilezza (ma anche il disappunto) che si riserva ad un forestiero.

Secondo me l’incontro con uno straniero crea nella maggior parte della gente, una curiosità quasi fanciullesca e quello che accade a Stevenson più di due secoli fa mi fa pensare che siamo sempre stati capaci di stupirci, seppur con un po’ più di distacco magari.   A proposito di curiosità infantile, ricordo che alle medie una mia compagna di classe amava prepararsi il toast combinando mortadella con marmellata di fragole. Una cosa che non ho mai avuto né la voglia né l’ardire di assaggiare. Poi scopro che…

“Aprii una scatola di mortadella e spezzai una tavoletta di cioccolata,…Anche se può sembrare stomachevole, li mangiai insieme, un morso dell’uno e un morso dell’altro, come fossero pane e carne.”

…persino Robert ha dei gusti discutibili in fatto di cibo. Ma non importa, non sarà una strana commistione di sapori a farmelo piacere meno. Mentre scorrevo i capitoli immaginavo di potermi sedere lì accanto a lui, sulle radici di quel grande castagno, per ascoltarlo parlare mentre, con enfasi, esponeva i suoi pensieri sulla società e sull’esistenza.

“…la vera avversità sta nell’essere un ottuso imbecille, e lasciare che la nostra vita sia amministrata secondo un sistema ottuso e imbecille. … Tutti i frati stavano precipitandosi nella cappella; i morti viventi, a quest’ora intempestiva, stavano già cominciando i fastidiosi compiti della loro giornata. I morti viventi…ecco una riflessione agghiacciante. … E benedissi Iddio di essere libero di girare, libero di sperare e libero di amare.”

Un libro all’apparenza noioso, senza colpi di scena, senza personaggi simpatici o conversazioni brillanti. Un libro che va lento come una passeggiata in solitaria. Pagine che però nascondono pensieri, a mio avviso, preziosi.

 

 

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