Autore: Edmondo De Amicis

Il breve resoconto di viaggio inizia con una buffa descrizione del suo mal di mare alla volta del porto di Brighton. Già mi fa simpatia sapere che un uomo, che non sa parlare una parola d’inglese, si avventuri in solitaria a scoprire le bellezze di Londra, in più, mi fa sorridere il suo modo di soffermarsi su cose che appaiono di poco conto e che invece ti riportano alla mente dei ricordi ai quali sei affezionata come ad esempio quando descrive le donne sedute in nave che mangiano cacio e prosciutto e mi balza subito alla mente il periodo in cui da ragazzi si viaggiava in treno e c’era sempre (sempre!) un’inequivocabile odore di pane e mortadella che appestava i vagoni.

Siamo alla fine del 1800 ed è bello leggere che non tutto è cambiato. Mancano alcuni palazzi come ad esempio quello di Cristallo che prese fuoco qualche anno dopo la sua visita e mai più venne ricostruito, mancano le vie senza luce della periferia, quelle lungo le quali potevi trovare solo prostitute malconce appoggiate alle pareti dei palazzi e bettole puzzolenti i cui clienti erano esclusivamente ladri e malfattori. Manca anche il treno aereo che passava sopra i tetti della città e del quale ci hanno tolto quasi ogni ricordo (a fine 1800 erano tecnologicamente molto più avanti di noi!) ma, nel complesso, Londra è proprio come possiamo vederla oggi.

Le carrozze che fanno lo slalom tra i passanti, gli omnibus a due piani gremiti di gente, la metropolitana con le file ad ogni stazione, ritrovo tra le sue parole tutta la frenesia silenziosa delle strade londinesi, quelle dove più che incontrare gente, scontri gente. “Sui due marciapiedi della strada la gente era fitta come all’uscita d’un teatro…andavan tutti in fretta e in silenzio, ciascuno approfittando d’ogni piccolo spiraglio che si facesse nella calca, per cacciarsi innanzi a chi lo precedeva; e urtandosi gli uni e gli altri, senza voltarsi.”

Lo scrittore passeggia tra le sale del British museum, nei ricchi mercati dell’usato, si perde nelle stazioni affollate, attraversa il tunnel sotto il Tamigi e si ferma a bere una birra in uno dei tanti pub che rallegrano i quartieri. Rimane affascinato dalla bellezza dei palazzi, da Westminster, dai parchi verdi e, sconcertato dalla pioggia che lo sorprende senza preavviso.

“Chi non ha visto piovere a Londra, non ha visto Londra…Le case sgocciolano, come se sudassero; l’acqua non par che scenda soltanto dal cielo, ma che trapeli dai muri e dalla terra; i colori cupi diventan più cupi, e pigliano un’apparenza oleosa; le imboccature dei vicoli sembrano imboccature di grotte; tutto par sudicio, logoro, muffoso, sinistro….”

Mi piace il suo modo di scrivere ‘da turista’ (se mi è permesso dirlo), perché rende il testo scorrevole e piacevole e lo fa assomigliare ad un moderno resoconto di viaggio inoltre, proprio come spesso capita a me, anch’egli viene assalito da quella strana sensazione di gioia mista a noia che subentra a poche ore dall’arrivo in una città nuova.

“…un senso vivissimo di stupore di trovarmi là, come se ci fossi piovuto dal cielo; e dopo un minuto, tutt’a un tratto, una glaciale indifferenza, come se ci fossi sempre stato; e poi daccapo la meraviglia fresca del primo momento.”

É una cosa strana in effetti questa altalena di emozioni e, adesso che ci penso, mi è capitato molto spesso di avvertire le stesse sensazioni, trovo assurdo non averci mai fatto caso prima d’ora.

 

 

 

 

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