Vado al supermercato a far la spesa non per paura di finire in quarantena ma per paura di finire digiuna. Non ci sono carrelli e non ci sono cestini. Mi muovo furtiva tra gli scaffali arraffando le prime cose che trovo. Sta storia che le donne debbano portare i pantaloni inizia a sembrarmi na cazzata, le gonne lunghe indossate ai tempi della casa nella prateria erano utilissime, all’occorrenza potevi farci un risvolto e usarle come paniere (il risvolto in fuori non in dentro sia chiaro, quello non è da campagna è da campo). Procedo con un equilibrio precario, reggo la pila di prodotti appoggiandoci il mento sopra e con le movenze da Quasimodo procedo verso la cassa. Nessuno ha il coraggio di guardarsi in faccia, forse per paura d’incappare in qualche spiacevole conversazione. Ussignur io li capisco, la gente ha il brutto vizio di parlare e personalmente non li capisco, io mi rompo il cazzo persino a dire buongiorno la mattina tant’è che per salutare, faccio un orribile suono con la bocca, lo stesso che si usa per richiamare i cavalli. E se non ho voglia nemmeno di far quel verso, metto gli occhi sullo schermo del cellulare e compongo tasti a caso in gran velocità. Sono certa che qualcuno pensi che io abbia una vita sociale decisamente interessante in realtà non riesco mai a trovare la quarta parola a ruzzle: razzo mazzo pazzo… 

Sbircio nei carrelli sovraccarichi, ci sono tanti di quei surgelati che immagino abbiano tutti congelatori a pozzo in casa. Una signora ha comprato dieci bustoni di ghiaia da lettiera e una sola scatoletta di cibo per gatti. (Mi estranio per un attimo e immagino di andarle davanti con una busta di caramelle per dirle sorridendo: “Gatto cagone!”.)

La coppia davanti a me ha comprato roba per sfamare un reggimento per un mese. Prima di loro, a distanza di carrello, c’è un uomo molto alto con un cappello nero di lana in testa. Mi fa caldo solo a guardarlo. Ha il viso arrossato e trattiene la tosse ingoiandola. Fa delle smorfie strane, gonfia le guance come un pesce palla e resiste con tutte le sue forze. Poverino, si vede tutto l’impegno e l’immane sforzo impiegato ma alla fine, sbuffa come un gesyr facendo fuoriuscire il colpo di tosse.

Ne segue un altro e subito un altro ancora. 

Mi fa quasi pena. “Porca puttana non sei proprio un fiore stamani. Mi spiace per te, sarà tutto il giorno che ti guardano male co sta tosse che ti ritrovi”

Mi sorride dolcemente mentre si soffia rumorosamente il naso.

Qualcuno cerca riparo accucciandosi dietro il dispenser delle gomme e altri, i più audaci, alzano il cartone del latte davanti al volto e ci si riparano.  Nemmeno un bambino di tre anni alla prima partita di nascondino avrebbe osato tanto.

“Con questa tosse non dovrebbe stare qui!”

“Infatti se ne vada!” Fanno eco voci da lontano.

“Ma poverino magari abita da solo, è dovuto uscire per forza a procacciarsi cibo, ve state a saccheggià il negozio” 

“Ma lo senti come tossisce?!”

“Suvvia magari è uno sportivo ha preso una frescata”

“Senti bellina inutile che lo giustifichi qui un ci deve stare sto stronzo”

“Non offendete però! I giornali vi hanno dato alla testa”

Parliamo come se lui non ci sentisse, eppure è la a due passi da noi. 

“Senti bellina, visto che ti piace tanto, passa avanti con la tu robina vai” la moglie del comandante di reggimento mi fa spazio indietreggiando con il bilico.

Guadagno una posizione senza nemmeno tirare i dadi.

Appoggio finalmente il cibo sul tapisroulant per alimenti e scuoto le braccia per far tornare la circolazione. 

Mi volto un secondo verso la coppia “Grazie per avermi fatto passare, e comunque se leggeste le notizie giuste, è solo un’influenza come tante non vi da diritto di trattare male la gente”, e torno a sistemare la mia spesa. 

In quel momento il ragazzo tra un colpo di tosse e l’altro trova lo spazio per guardarmi con gli occhi da cerbiatto col cimurro e prova ad esprimersi come può …“Gra etsciù zi eeetsciù signo…” 

“Cosa cazzo fai?!”

Lo volto con uno strattone sulla spalla rigirandolo con un colpo solo.

“Parla dall’altro lato!”

Il mio dito indice punta verso il cielo e rotea più veloce della luce per fargli capire da che parte deve puntare il suo naso.

“Io ti ho difeso con gli altri e tu che fai? mi attacchi? E che cazzo!”.

Ah ecco qual’era la quarta parola!

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