Non mi ero davvero resa conto di quanto sia bella Santa Maria Novella. Il più delle volte non si presta attenzione a ciò che ci circonda, sospinti da una fretta giustificata o indotta che ci porta in giro come automi distratti e cechi. E invece eccomi qui, davanti a questo immobile al quale, in tanti anni, mai ho concesso uno sguardo.

Sono sul lato destro della stazione centrale dei treni di Firenze, al cospetto della Palazzina Reale, inaugurata il 30 ottobre del 1935 alla presenza del Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

La struttura, austera e dal rigore geometrico, si distingue grazie al forte contrasto cromatico tra la pietra fiorentina, utilizzata per la costruzione della stazione (una pietra ruvida e color giallo-bruno), ed il marmo fior di pesco carnico che invece riveste l’area riservata, bianco con particolarissime venature grigie, rosa e color pesca.

Sino al 1946 solo i reali e i ministri utilizzavano quest’ala della stazione con accesso diretto ai binari. Solo il pian terreno è visitabile, quello adibito a suo tempo ad area di sosta privata, sala d’incontri di rappresentanza e punto ristoro. L’architetto Michelucci progettò questo palazzo su due piani, dalle linee squadrate e pulite ed un’esedra che anticipa un piazzale lastricato in cotto e marmo.

Colonne e rientranze marmoree proteggono le grandi vetrate delle facciate; dal cancello principale si accede al portico sul quale pendono una serie di meravigliosi lampadari composti da listelli in vetro incastrati su una struttura in ferro, disegnati da Carlo Scarpa e realizzati dalle vetrerie di Murano. Il pavimento invece è firmato Pirelli, la sua gomma nera resiste su questa pavimentazione dagli anni Trenta.

L’ambiente esterno ad emiciclo è abbellito da alti pini marittimi, una lunga vasca (un tempo impreziosita da giochi d’acqua) e una statua in marmo appoggiata sulla parete laterale della palazzina raffigurante un uomo ed una donna nudi. Sono Arno e la sua Valle, un’opera dello scultore Italo Griselli che, come omaggio all’architetto Michelucci, modella il volto con le sue sembianze.

Le sale interne sono un tripudio di materiali pregiati e fasto, alle pareti pannelli in legno di noce e rovere, pavimenti in marmo rosso di Lepanto, lampade e lampadari dello stesso Scarpa, arazzi, scale in marmo calacarta paonazzo del carrarese con striature grigie ed un corrimano bombato direttamente incastonato nella parete e, come se non bastasse, un enorme mosaico dorato che fa da sfondo al trono. In controluce è possibile ammirare tra i tasselli color oro una serie di nodi sabaudi ed il motto della casa reale ‘FERT’ (Fortitudo Eius Rhodi Tenuit: ovvero ‘la sua forza preservò Rodi’).

Apprezzo le porte finestre con i vetri stondati incastonati in una struttura in legno, il lucernario che attraversa tutto il soffitto della sala delle cerimonie (in realtà è illuminato da luce artificiale) e l’illuminazione dell’accesso esterno al binario 16 che corre lungo il colonnato dove trovano dimora palme, ormai tristi e solitarie.

Quadri, troni, tavoli, la corona del mosaico e chissà cos’altro, sono spariti e non si sa che fine abbiano fatto, “saranno ad abbellire casa di qualcuno” dice sorridendo uno del gruppo dando voce al pensiero di tutti. Sono rimasti però due bassorilievi, opere del Manucci dello stesso anno dell’inaugurazione. In uno si vede il Brunelleschi con alle spalle la sua grande opera (che progettò ma non vide realizzata), mentre l’altro rappresenta la riconsegna di Firenze ai Medici con in primo piano Michelangelo, Carlo V d’Asburgo e Cosimo de Medici, temporalmente incongruente ma sicuramente d’effetto.

 

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