Lo spogliatoio è molto grande e al suo interno fa un caldo torrido. Scambio qualche sorriso di circostanza con le altre donne presenti come è d’obbligo fare in quegli spazi privi di privacy. Mi tolgo il giaccone, lo piego e lo infilo nell’armadietto, appallottolo il maglione lasciando la t-shirt ancora al suo interno e mi sgancio il bottone dei pantaloni. Mi siedo per togliermi le scarpe, il pavimento è bagnato e i calzini che appena lo sfiorano, s’inumidiscono all’istante. Bastano questi pochi movimenti per farmi ribollire come in un pomeriggio d’agosto. Mi piego per sfilarmi le mutande proprio mentre un gruppo di signore deve passare dietro di me per raggiungere la parete degli asciugacapelli. Mi sposto come si fa tra le file di un teatro, sollevando tutto il corpo sulla punta dei piedi proiettandomi in avanti spiaccicata contro l’armadietto. Altri sorrisi di circostanza, stavolta senza mostrare i denti, col solo accenno delle labbra che si distendono sul viso.

Sono completamente nuda eppure per infilarmi il costume sudo sette camice, lo so, sembra impossibile. Mentre chiudo l’armadietto mi si avvicina una signora che ha ancora il piumino addosso e curiosa mi domanda:

“Is the water hot?”  (l’acqua è calda?)

“It’s sweat.”  (é sudore)

Mi stupisco sempre di quanto possa apparire stizzita la mia voce mentre cerco di fare dell’umorismo. Mi avvicino all’uscita e sento le gocce della fronte solidificarsi, staccarsi e cadere a terra. Come Dante che lascia l’inferno per rimirar le stelle, anch’io esco a guardar il cielo; sento una brezza glaciale avvilupparmi il corpo ma gli occhi distratti, s’innamorano subito di quella vasca a sfioro su quella valle deserta.

L’asciugamano in microfibra non copre nemmeno il 40% della mia superficie corporea. Per scongiurare che il vento se lo porti via, lo lego con un nodo su un corrimano in ferro incredibilmente troppo lontano dalla piscina. Faccio quei dieci metri tirando gli addominali così indentro che sento gli organi litigare furiosamente per mantenere il loro posto. Immergo l’alluce destro un paio di secondi al massimo giusto il tempo si testare la temperatura e mi ritrovo, in balia del vento gelido, con mezzo piede rosso ed il resto del corpo di un bel blu congelamento. Mi faccio coraggio e m’immergo sino alle spalle.

La testa sta in siberia e il corpo nella vasca da bagno di casa. E’ una sensazione libidinosa. Per scongiurare la caduta delle orecchie m’immergo completamente. Continuo a fare dentro e fuori con la testa ad intervalli regolari e cioè, non appena sento che i capelli hanno assunto la stessa consistenza del caschetto biondo degli omini della playmobile.

Il vento fischia libero. E’ il momento più bello della giornata è l’ora perfetta: l’ora blu. Conosciuta anche come heure blue, si verifica quando il sole è sotto l’orizzonte nei momenti precedenti al tramonto e all’alba. È perciò quel limbo tra luce e buio, tra giorno e notte, quel surreale lasso temporale durante il quale tutto sembra possibile. Se ci si ferma, si respira profondamente e si sgombra la mente dalla grigia realtà, potremmo persino percepire la magia…potremmo vedere gli elefanti lievitare e librarsi in aria, le cascate potrebbero invertire il loro corso, gli alberi potrebbero muoversi a ritmo di rumba e cha cha cha. Purtroppo finisce presto, finisce subito ma un minuto vale un’eternità. Sono in Islanda, mi faccio cullare dal lento sciabordio dell’acqua gettando gli occhi nello sconfinato paesaggio. Ore 20.28 mi godo l’ora blu. Ore 20.32 mi godo il tramonto. Ore 20.47 mi godo la bronchite.

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