Autore: Natsume Sōseki
Diamo per buona la regola della soggettività: ogni lettore percepisce le parole di un romanzo a seconda della propria sensibilità e/o stato d’animo del momento. Puntualizzato questo indiscutibile concetto devo dire che, questo libro è stata una delusione.
Pensavo di avere tra le mani un mezzo capolavoro, mi aspettavo un viaggio mistico tra antichi sentieri giapponesi, paesaggi incantati e luoghi dimenticati, invece la verità è che… non mi ha entusiasmato nemmeno un po’. Piuttosto noioso direi ma, in mezzo a questo gigantesco fienile di noia, sono riuscita a trovare sottili aghi di saggezza.
“…se ci si lascia trascinare oltre un certo limite dalle chiacchiere della gente, l’odore di questo mondo fluttuante ci penetra attraverso i pori, le sue lordure appesantiscono il nostro corpo…”
Il protagonista è un giovane artista, poeta e pittore che lungo un sentiero di montagna fa la conoscenza di alcuni abitanti del luogo. Le descrizioni dei posti, le conversazioni e le attività quotidiane, sono subordinate ad una sua visione artistica della vita: secondo il ragazzo infatti tutto ciò che la vita offre e, la vita stessa ovviamente, hanno più valore se descritte dal nobile animo di un artista che riesce a carpire il lato prezioso degli esseri e delle cose.
Pittori e poeti, grazie alla loro spiccata sensibilità, sono gli unici al mondo che possano esaltare le virtù e riconoscere le nefandezze, solo con la loro interpretazione la realtà può diventare arte.
Certo che, ogni tanto, si ha l’impressione che abbia bevuto dei concentrati di vitamine e presunzione (“…sono un pittore e, in quanto tale, un esperto del gusto e dell’eleganza: anche se dovessi cadere nel mondo dei sentimenti umani, i miei sarebbero sempre più elevati di quelli di uno dei tanti individui volgari che si trovano in ogni dove…”) ma non posso nascondere che le sue osservazioni sull’animo e sulla condizione dell’uomo in rapporto alla società siano sacrosante.
“…ho intuito che la luce e l’ombra sono i lati opposti della medesima cosa, che il luogo illuminato del sole viene sempre raggiunto dall’ombra…più profonda è la gioia più intensa è la tristezza, più grande è il piacere più acuta è anche la sofferenza. Se si tenta di separarli si perde se stessi. Se si prova a disfarsene crolla il mondo. …”
Il romanzo è anche pieno di curiosità su usi e costumi giapponesi e tra le cose scoperte, trovo un termine che non avevo mai incontrato prima: edokko cioè ‘figlio di Edo’. Edo è il nome antico di Tōkyō, questa parola viene perciò attribuita a chi abita la città da generazioni.








