Autore: Giovanni Rajberti

Mi è capitato di leggere autori spiritosi, racconti divertenti e romanzi che ti lasciano col sorriso stampato in faccia, ma il Dottor Rajberti, è un maledettissimo genio!

Siamo nella seconda metà del 1800 e precisamente nel 1855 anno in cui l’autore parte da Monza alla volta di Parigi per assistere all’Esposizione Universale dei prodotti dell’agricoltura, dell’industria e delle belle arti. Quale occasione migliore per visitare una città così grande da avere più abitanti (e turisti) di tutta la Lombardia? (all’epoca s’intende)

Descrivere Parigi non è compito facile, lui stesso ne sottolinea la difficoltà poiché in molti si sono espressi a riguardo, cos’altro si potrebbe mai aggiungere?

“…che cosa può dirsi di Parigi che non sia stato detto e scritto da mille autori?…Parigi materiale, monumentale, prospettica, è riprodotta in tutte le guide, in tutti gli albums, …e ora col sussidio della fotografia puoi leggere perfino i cartelli dei pizzicagnoli e dei parrucchieri…Oh, che tema esausto e disperato, una gita a Parigi! Ho da dire a qual grado di longitudine sia situata?…”

E invece… Rajberti sorprende il lettore con un diario di viaggio fuori dal comune, una carrellata di osservazioni tanto sincere da sembrare ridicole ma che nascondono un approccio al viaggio e alla città, intelligente e d’ispirazione. Parigi si mostra più organizzata e tecnologicamente all’avanguardia di quanto lo sia qualsiasi città adesso, il Louvre (come gli altri musei) sono gratuiti e le persone vi passeggiano all’interno come fanno oggi nei centri commerciali. Le sue osservazioni sono così simpatiche e pungenti che non si può fare altro che dargli ragione e sorridere di cose alle quali non avevamo mai pensato ma che erano lì sotto al naso da sempre.

Una delle considerazioni più esilaranti le ha fatte proprio sui musei del Louvre e quelli vaticani.

“…il Vaticano mi ha fatto bestemmiare; il Louvre mi ha fatto dormire…”.

Dover vedere molte sale piene di opere senza mai avere la possibilità di sedersi per riposare le gambe è una cosa, a suo dire, assurda e controproducente.

“…i peggiori nemici delle belle arti sono le gambe stracche…”  asserisce e, diciamolo, non ha affatto torto!

Il dott. Giovanni riesce a farmi così tanta simpatia che sarei voluta essere lì accanto a lui mentre se la dormiva beatamente sui divani del Louvre.

Dal titolo è chiaro che il suo sia un elogio all’ignoranza, quella vera, quella doverosa, quella che ti permette di costruirti un’idea partendo dal nulla. L’ignoranza che ti spinge a conoscere ed esplorare senza la supponenza del sapere. L’ignoranza delle persone che non sono consapevoli di esserlo e per questo si perdono le cose belle della vita.

“… Come mai tanti imbecilli là dalle mie parti, pieni di denari, di salute e di ozio, non  si risolvono una maledetta volta a fare questo rapido e comodo viaggetto per vedere tali meraviglie? Sempre quella vita stolida e monotona, sempre! …Oibò, cari amici, oibò! cioè, non oibò all’ignoranza, che è cosa ottima, ma oibò alla stoltezza di lasciarvene intimidire fino a crederla impedimento a chechessia. …Io vi compatisco, perché no avete mai viaggiato, e so che non potete capire nulla. …”

É un invito al viaggiare, a non aver timore di non saper parlare le lingue di non avere abbastanza soldi o di stare da soli in luoghi sconosciuti. É un invito ad essere ignoranti così da lasciarsi sorprendere da tutto.

 

 

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