Un tempo il mercato delle pulci di Firenze si svolgeva nella bella Piazza dei Ciompi, una miriade di banchi sommersi da una gran confusione di oggetti, anziani dalle voci più alte di qualche decibel che parlottavano tra loro commentando qualche notizia di prima pagina o le partite della domenica, berci di richiamo per potenziali acquirenti, risate, e un gran contrattare tra lo svogliato e il perentorio per arrivare al prezzo d’accordo. La stretta ed alta loggia del pesce faceva da sfondo a questa pittoresca cagnara.

Poi, il sindaco decise che poteva essere speso un intero milione di euro per costruire una struttura in ferro con qualche bandone ed un paio di cancelli. Firenze diede un nuovo posto allo storico mercato dell’antiquariato trasferendolo al centro di piazza Annigoni. La struttura del tutto asettica, color ferro e marrone, venne inaugurata nel 2019 e costò ben un milione di euro (lo avevo già detto?) ed ospita ventisei box all’interno dei quali è possibile trovare di tutto un po’.

A parer mio questa specie di garage gigante toglie totalmente il gusto del camminare tra i banchi di un mercato. Passeggiare all’aperto cercando di scovare un piccolo tesoro tra gli oggetti appoggiati su vecchie lenzuola distese a terra, monili sistemati in bella mostra su tavolini da picnic e cofani di auto, era sicuramente molto più divertente ed in qualche modo ‘romantico’, del non passare in rassegna una vetrina dopo l’altra.

Mi sembra di fare il classico giro tra i negozi del centro, perché in realtà è quello che sono. Avete presente quando ci si approccia al mercato in compagnia di qualcuno e, prima di addentrarsi tra i banchi ci si ferma per pianificare la visita? “Allora se ci perdiamo di vista ci ritroviamo qui sotto a questo lampione, va bene?” “Che dite si parte da destra e poi si fa il giro o si fanno le file centrali e poi guardiamo le esterne?” Qui al mercato delle pulci non hai margine d’errore: entri da un ingresso e dopo un  minuto esci dall’altro.

Mi ha sempre fatto simpatia il fatto che si chiamasse ‘mercato delle pulci’, dava l’idea di un mercato di cose piccole che nessuno vuole più, ed in effetti è quello un po’ il senso, luoghi dove si vendono cose di poco valore ed usate. Anche se, per quanto riguarda la nascita di questi luoghi, trovo più plausibile che siano state le vere pulci (cioè i minuscoli insetti) a suggerire il nome. Infatti non era raro in passato trovare abiti usati e tappeti infestati da indesiderati ospiti.

Nel mondo i mercati dell’antiquariato sono sempre esistiti, luoghi in cui si potevano fare piccoli o grandi affari vendendo oggetti che non occorrevano più, merce rubata (parliamo del dopoguerra) o derivante da esuberi di magazzino. Dal Giappone a Parigi, da Buenos Aires a Instambul, i mercati di questo genere attirano il gran consenso dei locali e flotte di turisti.

In Italia il più antico è quello di Balon a Torino che dal 1857 si svolge a fasi alterne; ultimamente rilanciato e super frequentato, viene allestito ogni sabato. Negli anni Quaranta invece nascevano i famosi mercati di Porta Portese a Roma e quello di Resina a Ercolano. É del dopoguerra anche il mercato delle pulci di Palermo.

Provo ad entrare in uno di questi ‘negozi’ e mi sembra quasi di dover chiedere il permesso per guardarmi in giro. É tutto troppo ordinato, ci sono sedie, quadri, vestiti, scatole da scarpe piene di foto in bianco e nero e cartoline inviate e ricevute da chissà chi. Un paio di ritratti della Madonna, un cavallo a dondolo e dei vasi di porcellana. Qualche trenino in alluminio, tazzine, libri usati, buste piene di bottoni e pipe di legno e avorio. Lo sguardo si muove flemmatico da un oggetto all’altro senza trovare il giusto interesse per posarsi.

Nessuno grida, non ci sono inviti a visionare la mercanzia né anziani a passeggio col giornale sotto il braccio. Ricordavo venditori seduti comodamente su sdraio in tela intenti a fumare e a completare l’ennesimo cruciverba sulla settimana enigmistica, persone dall’aspetto simpatico pronte a sorriderti alla prima domanda, quelli che si alzavano gridando ‘oplà’ e camminavano lentamente verso di te per passarti l’oggetto che stavi indicando con il dito puntato. Tutto questo purtroppo non esiste più. Anche i mercati sono diventati luoghi asettici e privi di sentimento, non mi abituerò mai a questo nuovo comportamento sociale che di sociale non ha nulla.

C’è una cosa che però ho apprezzato, i piccoli cartelli scritti a mano con l’indicazione del prezzo delle merci. Hanno quella calligrafia un po’ ondulata e tremolante, ed un corsivo scolastico che non s’insegna più, tipica delle persone di una certa età. É il modo di scrivere che hanno i nonni e la cosa mi fa un’infinita tenerezza e penso che in fine dei conti, ci sono loro a ricordare che le cose possono anche cambiare fuori ,ma dentro, restano uguali.

 

 

 

 

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