“Sorry”

“Sorry”

“Sorry”

“Daniè ma perche continui a chiedere scusa?”

“Perché do spallate”

“E tu non dare spallate”

“Ma non ci passiamo in due, le scale son troppo strette”

“E allora tu scansati e aspetta!”

“Ma se siamo entrati quaranta minuti fa e ho fatto solo tre gradini!”

 

La torre da fuori sembra un castello di sabbia gigante, uno di quelli che costruivamo con le formine colorate, riempite di rena umida sino al bordo e poi livellata con le mani prima di essere rigirate a gran velocità e sbattute count colpo secco sulla battigia. Impilati uno sopra l’altro i cubi di sabbia formavano la torre perfetta per un castello o un fortino.

La struttura è alta quasi sessanta metri di altezza, per sette piani, è stata costruita nella seconda metà dell’anno 600 su ispirazione dell’architettura sacra indiana. Ha ospitato per secoli centinaia di libri sacri ed è stato centro di studio e traduzione di testi filosofici.

Ad ogni piano ci sono le quattro finestre, una per ogni lato, che concedono una vista magnifica sulla città e sul parco antistante. Al centro delle sale sono esposti dei piccoli tesori tra i quali:  una statua di Budda in bronzo dorato, l’orma del Budda e alcune poesie risalenti alla dinastia Tang.

“Sorry. Thank you. Sorry. Thank you.”

Questa scala è più affollata delle passerelle degli stabilimenti balneari di Forte dei Marmi negli anni ’80, riesco a guadagnare la vetta con pazienza e costanza (proprio come si fa per ogni cosa della vita).  Il panorama da quassù è incredibile. La città antica, con i suoi eleganti palazzi dai tetti spioventi e gli intarsi in legno, è immersa nel verde, l’atmosfera è elegante e romantica. Dietro di lei, ci sono altissimi palazzi grigi l’uno addossato all’altro che sembrano costruzioni Lego che s’incastrano tra terra e cielo. Che contrasto architettonico, cromatico, storico, culturale. Fantastico.

I tetti incurvati sotto di me, sono impreziositi da piccole statuette che corrono in fila lungo le sporgenze. Sembrano volersi buttare nel vuoto. Ci sono anche due elefanti in pietra bianca a guardia dell’ingresso ma, da qua sopra non si riescono a vedere.

Chissà se Budda è più passato da queste parti sotto forma di Oca. La piramide è a lui dedicata infatti, pare che egli stesse sorvolando in migrazione, questa parte di cielo con le sembianze di un’oca. La storia narra che fosse precipitato (volutamente) dal cielo per finire tra le mani di un monaco affamato.

Considerando che oggi i monaci al posto della fame hanno il pos, caro Budda, se proprio devi tornare sotto forma di qualcosa, trasformati in carta di credito.

 

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