“…Tra Lerice e Turbìa la più diserta, 
la più rotta ruina è una scala, 
verso di quella, agevole e aperta. …”

Dante nel III Canto del Purgatorio si mette a parlare con le anime degli scomunicati che, prima di morire, si sono pentite ricevendo così il perdono di Dio. Ad un certo punto, nel suo peregrinare, si trova davanti ad una parete rocciosa molto scoscesa e, citando Lerici, gli viene in mente che nemmeno la sua costa, seppur ripida, è così difficile da praticare.

Adesso penserete che sia venuta a Lerici a controllare se quello che ha scritto il Sommo Poeta sia vero…certo che no. Avevo solo voglia di fare una gita fuori porta e magari un tuffo laddove il buon George Byron due secoli fa, si concesse una rilassante nuotata che lo ha portato da Portovenere proprio qui al golfo di Lerici.

Parcheggio in una specie di alveare mal ridotto incastrato tra palazzi alti dalle facciate logorate dalla salsedine e dal sole. Cerco il nome della via ma, non trovandolo, mi viene in mente che sarà sufficiente domandare del ‘parcheggio bruttissimo’ per poter ritrovare la strada.

Il mare è proprio a poca distanza. Man mano che mi avvicino alla piazza principale si fa sempre più apprezzabile il profumo del pesce cucinato ed il tenue suono dell’acqua che sciaborda sul lungomare in cemento.

Bar e ristoranti invadono ogni spazio all’aperto con tavolini già apparecchiati per l’ora di pranzo. Essendo un giorno feriale non si vede molta gente in giro, c’è qualcuno che cammina nel giardino evitando i forti raggi del sole, chi se ne sta in silenzio sulle panchine di legno e chi invece azzarda un tuffo tra le centinaia di barchette ormeggiate nel piccolo golfo.

Il castello di San Giorgio del 1100 se ne sta in silenzio in un angolo, guardando la graziosa città dai mille colori e ciò che viene nascosto dalla costa.

Oltre ad una deliziosa frittura di pesce da asporto e ad una breve passeggiata tra i vicoli caratteristici del centro, non c’è un granché da fare. Mi metto così alla ricerca di una spiaggetta che ricordavo di aver notato in un post su Instagram.

La caletta dovrebbe nascondersi poco distante dal centro, imbocco perciò un sentiero in salita che costeggia campi di ulivi e graziose casette. É da poco passato mezzogiorno, probabilmente uno dei momenti meno indicati per giocare ad Indiana Jones ma sono a più di metà salita e tornare indietro adesso, sarebbe davvero da sciocchi. Giungo finalmente alla strada principale e proseguo stando ben attaccata al bordo cercando di proteggere me e il mio cane dalle auto che sfrecciano nonostante il poco spazio concesso alla carreggiata.

“Che cazzo ho nello zaino che pesa così tanto?” Ogni volta che mi trovo in affanno, mi interrogo sul contenuto delle borse che mi trascino. Un’infinità di oggetti che ‘potrebbero tornare utili’ probabilmente solo se mi scritturassero per una puntata di MacGyver.

Finalmente noto una scritta in vernice su un muricciolo. Lo stesso che avevo visto nella foto sul social. Il passaggio è molto stretto tra due proprietà private recintate. Gli scalini sono sbertucciati e infestati da rampicanti. Sicuramente qualcuno ci ha urinato di recente dato l’olezzo e qualcun altro ha deciso di scaricare i rifiuti prodotti durante una giornata a mare direttamente in questo stretto corridoio.

Proseguo lo stesso stando bene attenta a dove metto i piedi. Il sudore mi rende difficile vedere con chiarezza, mi finisce negli occhi e, come fossero gocce di limone fresco, me li fa bruciare. A metà strada mi guardo indietro per scongiurare la presenza di qualcuno alle mie spalle. Adesso sono davvero ben nascosta, non vedo più la strada, non sento alcun rumore, per tornare indietro dovrei correre lungo una scalinata a tratti rotta molto in pendenza e se dovessi invece correre in avanti, potrei inciampare e finire giù da un burrone. Situazione piacevole insomma.

Il cane s’impunta, mi guarda dritto negli occhi e mi manda a cagare. Non prosegue. Troppo in pendenza, altro che la scogliera di Dante, qui pare di scivolare direttamente agli inferi. Con l’ansia che il mio amico peloso possa cadere giù in mare, proseguo lentamente verso il punto più basso. Raggiungere la spiaggetta è molto difficile, una marea ha riempito l’ultimo tratto di legni e sporcizia ma riesco comunque a vedere il mare.

Un piccolo terrazzino attrezzato con una doccia mi suggerisce che, in piena estate, altri pazzi come me decidono di venire a farsi il bagno in questa insenatura tanto stretta da sembrare un luogo di fantasia. Le due pareti con alberi e cespugli sembrano quasi toccarsi e lasciano uno stretto passaggio alla vista che riesce ad allungarsi oltre il blu del mare, laggiù dove la linea dell’orizzonte unisce l’acqua col cielo. La piccola spiaggia a semicerchio sembra perfetta per ospitare al massimo tre coppie. Il che la rende decisamente esclusiva.

Per quanto sia doloroso (le cosce sono piuttosto provate) corro verso il mio cane che nel frattempo annaspava per il caldo e, probabilmente, per la noia.

Saliamo lungo il sentiero e, una volta conquistata di nuovo la strada, ci scoliamo una bottiglia di acqua dividendocela come farebbero due naufraghi appena salvati, diamo qualche colpo di tosse, ci guardiamo e ci promettiamo solennemente una cosa… di non tornarci mai più.

 

 

 

You May Also Like

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *