Antica fortezza francese del 1700 ricostruita a metà del 1900.

Parcheggiamo a qualche chilometro di distanza e prendiamo un pulmino che ci porta sino al cancello d’ingresso di questa straordinaria cittadella fortificata.

Io e papà pensavamo di andare a vedere una di quelle ricostruzioni per turisti, quei luoghi dove ti fai un paio di foto con qualche giovane vestito con abiti d’epoca, dove ti ritrovi a passeggiare lungo il muro di cinta un po’ sgarrupato prima di trascorrere una ventina di minuti nello shop center pieno di gadget inutili con la scritta Louisbourg.

Ci siamo dovuti ricredere!

E’ stata una mattinata divertentissima. L’ autobus ci  lascia all’ingresso, davanti al cancello in legno ci sono delle guardie che ti cedono il passo come si farebbe agli ospiti invitati a corte.

Per prima cosa ti accorgi che le persone in costume sono parecchie e si comportano proprio come se non ci fossimo. Ridono e scherzano tra di loro, stanno seduti a bere un caffè o a giocare a carte. Questo atteggiamento rende l’ambiente più rilassato e meno “turistico”.

Uno sguardo all’armeria e al posto di guardia perfettamente arredato con brande in legno, coperte scure, cinturoni di pelle appesi a dei chiodi infilati nella parete di mattoni.

Camminiamo seguendo la mappa per non perderci nulla.

Ci sono le abitazioni, con camini accesi, qualche donna fa la maglia, un’altra impasta sul tavolo in legno di una cucina d’epoca funzionante. Per strada ci sono gentiluomini che si scambiano battute e bambini che si rincorrono. Quasi quasi sembriamo due appena usciti dalla macchina del tempo. Il fatto che non ci siano molti altri turisti aiuta, pare di avere tutta la città a nostra disposizione. Ci sono gli orti coltivati, il gregge di pecore nel recinto, le botteghe aperte e un buonissimo odore di pane caldo.

Vediamo con calma ogni ambiente e ci spingiamo lungo il perimetro ad ammirare la costa verde e l’oceano.

E’ un bel luogo dove passare mezza giornata.

Stavamo quasi per andarcene ma,dopo aver visto la fila di cannoni e le tende bianche nel giardino davanti al palazzo, facciamo gli ultimi passi in mezzo alle basse casette di pietra e veniamo distratti dal rumore di stoviglie.

Hanno aperto la bettola. Cameriere corpulente e tavolacci in legno. Poca luce e un buon profumo che viene dalla cucina. Diamo una sbirciatina all’interno e il posto sembra squallidamente invitante.

Un gentiluomo con cappello, bastone e calzette bianche ci informa che oltre alla taverna c’è il ristorante ‘dei signori’. Praticamente dobbiamo decidere se farci servire il pasto in delle scodelle di legno fatte cadere sul tavolo come un regalo non richiesto oppure, lasciarci coccolare da una dama privata per tutto il tempo del pasto.

Ci aveva già convinto alla parola ristorante.

Prendiamo posto nella saletta da pranzo di una casa in pietra molto bella. E’ tutto così particolare, le piccole finestre a quadretti, il camino che scoppietta, la tovaglia in lino bianco ricamata. Le posate sono pesanti, di vero argento e il servizio di porcellana, sembra fragilissimo.

“Mi raccomando spacca qualcosa!” mi dice tra i denti mio padre un po’ preoccupato per la mia goffaggine. Sorrido per tranquillizzarlo. Mi alzo dal tavolo chiedendo permesso (sono entrata nella parte) e, urtando la gamba del tavolo con il ginocchio, faccio cadere i bicchieri in cristallo. Papà avrebbe avuto un futuro come ricevitore se solo il baseball fosse stato sport nazionale a casa nostra. Salvi i bicchieri, salva me.

La nostra cameriera dall’aria gentile e simpatica ci racconta un po’ della storia del luogo. Le porcellane venivano dalla Cina e all’epoca erano un gran lusso; le pietanze servite rispettano la tradizione culinaria del posto e del tempo. Vengono utilizzate materie prime locali e le verdure sono quelle del grande orto ai margini del paese. Tra un boccone e l’altro ci descrive le rotte delle flotte francesi e gli assedi inglesi, l’importanza della pesca nelle acque del Labrador e i commerci con i paesi oltreoceano. Praticamente abbiamo pranzato con la cugina canadese di Piero Angela.

E mentre ci lasciamo alle spalle questa favolosa fortezza mi si corruccia la fronte, forse ho trovato il lavoro perfetto, quello che non ti fa arrabbiare ogni giorno con colleghi, che ti fa alzare la mattina col sorriso e che ti permette di stare all’aria aperta e incontrare sempre nuove persone.

“Babbo secondo te quanto prendeva quell’uomo per portare le oche a spasso?”

 

 

You May Also Like

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *