Da qualche tempo mi era venuta in mente la malsana idea di cimentarmi nella salita del portico di San Luca.

Pare sia il più lungo d’Europa composto da 666 arcate (certo per la Madonna ne potevano costruire anche uno in più già che ci si trovavano) e 489 scalini (non li ho contati, a dire il vero, ho perso il conto a 21).

Mentre cammino con le cuffie nelle orecchie, sorrido a tutti quelli che mi vengono incontro e, in uno slancio di umanità, anche a tutti quelli che mi sorpassano.

Sono circa le due del pomeriggio e a quanto pare, qualcuno è venuto qui dopo essersi alzato da tavola, riconosco le note aspre e fruttate del vino rosso e quel bel profumo di frittura che puoi lavar via solo con due o tre giri in lavatrice.

Ho letto da qualche parte che questo portico è meta di pellegrinaggio durante tutto l’anno, è una delle “attrazioni” più importanti del capoluogo ed è stata costruita tra la fine del 1600 e i primi anni del 1700 grazie alla collaborazione di tutti i cittadini che, con una fila umana, si passarono le pietre di mano in mano.

Poi…mi ritrovo qui, in questo luogo così particolare nel suo genere e, vedo pareti scrostate, colonne con scritte, sudicio di vario genere a terra e mi domando: “perché?”.

Gli scalini irriverenti mi fan sbuffare come un capodoglio a pelo d’acqua; di tanto in tanto scorgo una fessura sul muro con piccoli cartelli che invitano alla donazione.

‘Non è carino domandare soldi mentre uno è in difficoltà’ penso.

Mancano poco meno di due km (è quello che credo io perché non c’è scritto da nessuna parte) e la salita s’inclina un po’ di più. Forse questo è il momento di fare testamento, penso di dover dettare a Siri le mie ultime volontà prima di lasciare l’iPhone nella prossima cassetta delle offerte.

La mia ascesa è molto poco spirituale, non vedo l’ora che finisca, ci sono degli affreschi di tanto in tanto ma sono così scuri e le grate protettive così spesse, che, per me, potrebbe esserci raffigurato di tutto, un’immagine sacra, un paesaggio o addirittura Garfield.

Mi approccio all’ultima rampa di scale con lo spirito competitivo di un atleta e, all’ultimo gradino, mi viene l’irrefrenabile voglia di alzare le mani al cielo, sferrare un paio di ganci e un montante nell’aria e gridare Adrianaaa!!

Mi rifugio all’interno della grande basilica; tanta gente è accasciata sulle strette sedute in legno in attesa di un’illuminazione o di un respiratore (chissà!).

La cosa che apprezzo dei luoghi di culto è quel bisbiglio di sottofondo, come se usare la voce fosse più un peccato che una maleducazione.

Resto qualche secondo in mezzo ai pellegrini prima di congedarmi e, mentre guadagno l’uscita mi domando: “chissà se in estate i ceri votivi li fanno profumati”.

You May Also Like

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *