Arrivo in città molto presto per scongiurare il caldo e per godermi quello che per me è il momento più bello di un centro abitato: il suo risveglio. Cammino tra finestre che si aprono e cuscini adagiati sui balconi in fiore, rumore di cucchiaini che sbattono dentro le tazzine, profumo di caffè e pane caldo.

Sull’elegante lungarno c’è una piccola chiesetta che ha subito più restauri di una diva di Hollywood.  Costruita a metà del 1200 in corrispondenza di un ponte che oggi non c’è più, il povero edificio gotico (che infonde tenerezza per le minute dimensioni e il suo essere isolato e solitario su di un marciapiede adiacente la strada), fu smontato e ricostruito per scongiurare danni strutturali data la sua vicinanza al fiume e la cosa comportò la (a quanto pare inevitabile) perdita di statue e decori. Si sa, i puzzle perdono sempre dei pezzi per strada. Ciò che la rende interessante ai miei occhi non è la sua oggettiva bellezza estetica piuttosto il cambio di nome da S. Maria de Pontenovo in S. Maria della Spina. La leggenda narra che nel 1333 chissà chi, da chissà dove, regala a chissà chi, una spina della corona di Cristo che per secoli è stata custodita proprio qui dentro.

Le leggende mi affascinano come una magia da quattro soldi riesce a fare coi bambini ed il fatto che vi si creda senza alcuna plausibile spiegazione mi elettrizza ancora di più; il mondo che ci circonda è per natura il frutto dell’immaginazione e dell’intuito è questo che lo rende grandioso.

Proseguo la mia strada perdendomi tra piccole piazze porticate e stretti vicoli sfiorati dal sole.

Giungo in Piazza dei Cavalieri laddove mi attende un’altra astrusa storia. All’interno del palazzo dell’orologio, conosciuto anche come la Torre della fame, è stata scritta una vicenda tanto macabra quanto bizzarra. Pare che il Conte Ugolino, già ultra ottantenne e con pochi denti in bocca, fosse stato rinchiuso qui dentro insieme ai figli e nipoti. La condanna a morte prevedeva la mancanza di somministrazione di cibo e bevande. A questo punto l’assurdo: si dice che l’anziano Conte per sopravvivere, mangiò tutti in un delirio di cannibalismo. Dante descrisse l’atto così attentamente che non vi fu diritto di replica. Se il Sommo Poeta dice che è antropofago, si sta zitti e si sta al gioco.

Il sole inizia a pizzicare sulla pelle, Piazza dei miracoli, ribattezzata così da Gabriele D’Annunzio, è lì che mi aspetta in tutta la sua straordinarietà. La Torre pendente, il Battistero, il Campo Santo e la Cattedrale. Probabilmente la pianta di questa piazza è frutto di un disegno preciso che si volgeva al firmamento, ciò che è sicuro è che queste opere sono uniche ed inimitabili.

Dall’alto della Torre, Galileo Galilei fece cadere al suolo, forse, (diciamo che anche questa storia potrebbe essere stata riscritta o modificata) due oggetti dal peso differente per poter dimostrare la correlazione tra l’accelerazione di gravità e la massa. Me lo immagino con la barba al vento che gli sbatte sul viso mentre cerca di capire quale oggetto buttare per primo, immagino anche che qualche suo aiutante dal basso cercasse di frenare la curiosità dei passanti per scongiurare una botta in testa: “Vai Maestro butta! Butta adesso che l’è libero!”

É un bene che all’epoca non esistessero ancora i cellulari perché nulla è più affascinante del dubbio che infonde una storia antica e questa città ne ha da regalare a bizzeffe ad esempio: la leggenda degli artigli del diavolo sulla parete della Cattedrale, la stessa Torre che altro non sarebbe se non un puntatore astronomico e, la stretta relazione tra le carte celesti e la pianta degli edifici.

Il dizionario mi suggerisce la definizione di leggenda: -racconto di argomento per lo più religioso o eroico, in cui fatti e personaggi, quando non siano immaginari, risultano amplificati e alterati dalla fantasia e dalla tradizione, in una duplice esigenza di esaltazione e di esemplarità.-

La verità è che, per quanto siano assurde o inspiegabili, certe storie ti fanno sognare. Immaginare che la realtà abbia un significato ed un’intenzione diversa ti fa capire la grandiosità delle menti umane, l’originalità, l’estro e il cambiamento. Sarebbe bello poter discutere ancora di astri e poesia, testare nuovi oli per i colori dei dipinti e progettare macchine alla maniera di Da Vinci, ma il nostro tempo è troppo distratto e veloce, pieno di futilità materiali e di parole non dette.

Fortunatamente ci resta la storia delle nostre antiche città a ricordarci che un tempo, anche noi, eravamo dei pensatori e degli eroi.

 

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