Teatro di proprietà di Andrea Bocelli, chi c’è stato saprà che il nome non è menzognero. In mezzo a questa campagna con dolci colline non si ode alcun tipo di rumore. Non ci sono automobili, finestre che sbattono, calpestii sull’asfalto, lo sfrigolare dei fili dell’alta tensione, lo stridere dei freni dei motorini, lavori stradali, impalcature, serrande che si alzano e si abbassano, clacson, chiacchiere da bar, suonerie dei telefoni, o strilloni agli angoli, solo l’armonioso silenzio della natura.
Ci si arriva in macchina e si può parcheggiare proprio davanti l’opera percorrendo l’unica strada che costeggia il fianco sinistro del teatro.
Il palcoscenico, o almeno quello che penso io sia, è occupato da un acquitrino all’interno del quale si ergono infiniti steli di piante che ondulano al vento. Al centro c’è una statua che non incontra affatto il mio gusto, non capisco nemmeno cosa sia, una donna col cappello forse? O un astronauta con la velina? Un pianeta a forma di cappello con decine di satelliti sparsi intorno? Non mi ci soffermo neanche più di tanto, non mi piace, è blu scuro, non c’entra nulla con il contesto e non mi interessa. Ci sono anche altre opere che delimitano il parcheggio: delle piume, un tubo circolare e un’altra cosa dalla forma ignota che ricorda vagamente un ventaglio o un setaccio; le classiche opere d’arte che potrebbero significare tutto ed il contrario di tutto, alle quali chiunque può dare un senso.
A me queste cose non piacciono purtroppo, magari qualcuno potrà dire che non ho ‘sensibilità artistica’; io ritengo invece fondamentale distinguere l’arte dall’estro creativo. Un’opera d’arte la riconosci subito, è qualcosa che tu anche impegnandoti con tutte le tue forze non potresti mai replicare, perché è il frutto di un talento unico. L’opera partorita dall’estro creativo è invece qualcosa di strano (passatemi il termine), che chiunque potrebbe fare ma alla quale l’autore affibbia un personale significato prima di presentarla al pubblico. Per fare qualche esempio: per me le tele di Fontana non sono il lavoro di un artista ma di un creativo, la banana di Cattelan non ha richiesto nemmeno sforzo produttivo (né per la banana ne per il nastro adesivo tanto meno per il muro) e, anche queste sculture in ferro brunito posizionate nel parcheggio sono opera di un creativo mentre… la ‘Vergine velata’ di G. Strada è un’opera d’arte, ‘The dentist’ di Gerard van Honthorst lo è, oppure il ‘Salvator mundi’ di Da Vinci (che tra l’altro è l’opera più costosa al mondo acquistata da uno che ha sborsato con la disinvoltura di una massaia che fa la spesa di domenica all’Esselunga ben 450,3 milioni (milioni!) di dollari).
E vabbè, al solito mi faccio prendere la mano e mi dilungo su cose marginali perciò a conti fatti, escludendo queste sculture, devo ammettere che questo posto è magico tuttavia, non sono ancora sicura di come una persona seduta sulle scalinate laggiù in fondo possa riuscire a vedere qualcuno che si esibisce tra questi lastroni in pietra, sono due aree troppo distanti tra loro, sono certa che l’elegante binocolo da teatro che utilizzava la Roberts in Pretty Woman sarebbe del tutto inutile anzi, non sarebbe sufficiente nemmeno quello da birdwatching secondo me. Immagino già la signora elegante con la messa in piega, le perle al collo, l’abito lungo e i tacchi a spillo sporchi di terra che sottovoce dice al marito: “amo’ sentire si sente bene, però nun se vede n’cazzo”.




























