Mentre cammino attraverso il Seaport Village di San Diego, chissà perché, l’odore del mare mi riporta indietro nel tempo a quando ero piccola. Con gli amici affittavamo un pedalò per andare a largo a fare i tuffi. Solitamente toccava a me pedalare anche se non riuscivo ad arrivare ai pedali perciò, stavo in avanti col sedere proprio sul bordo della poltroncina di plastica rovente e mi reggevo tenendo le braccia distese all’indietro. Pedalavo pedalavo e pedalavo fino a che le gocce di sudore non mi scivolavano dentro gli occhi facendoli bruciare all’impazzata. Finalmente arrivati a largo, mi alzavo in piedi sull’ondeggiante pattino e cercavo di mantenere l’equilibrio. C’era una piccola pozza di sudore ai miei piedi e un’altra pozza bella grossa sul fondo del seggiolino. Fissavo il mare e sentivo i muscoli delle gambe doloranti. Ero pronta a tuffarmi. Un bel tuffo a bomba. O magari a candela. Forse meglio un tuffo classico. Mi sporgevo involontariamente in avanti, non era una vera spinta, era più una specie di sussulto. Bene sono pronta, faccio un passo avanti di circa un pollice, un pollice e mezzo forse. Ecco un altro sussulto. “Ora mi butto”. “Mi butto giuro”. “Mi butto”.

Non mi buttavo mai.

Colpa di quella fottuta piccolissima scaletta, che mancava sempre. Senza non sarei mai riuscita a risalire a bordo. Mentre divago con la mente sono arrivata al cospetto della USS Midway e diciamocelo, non ha proprio le sembianze di un pattino.

Man mano che mi avvicino sembra diventare sempre più grande. Per muoverla ci vorranno dei pedali enormi penso. É la nave più gigantesca che abbia mai visto. Cerco di scovare la scaletta ma non la trovo, sti cazzi! tanto mica mi tuffo da lassù!

Chiedo il permesso di salire a bordo.

Il tour guidato mi porta sù e giù per tutta la nave.

Ci sono le brande dei marinai, le camere dei graduati, l’appartamento del capitano, il fabbro, il dentista, la sala operatoria, la lavanderia, la cucina, la sala riunioni, c’è proprio tutto.

Arrivo al posto di comando e guardo fuori. Una bambina si siede sulla poltrona del capitano, si gira verso  la madre per farsi scattare una foto e alza il braccio in aria dicendo qualcosa che suona tipo ‘a tutta birra’ con un tono piuttosto perentorio. Fortunatamente il motore non è acceso altrimenti saremmo andati a schiantarci contro un grattacielo. Scuoto la testa e penso a quando sta creatura dovrà prendere la patente. Donne al timone…

Sono come un ragazzino di otto anni, non ci capisco un cazzo di aerei ma faccio la fila per salire su ognuno di loro. Faccio persino un giro sul simulatore di volo. Che gran figata! Dopo essermi schiantata circa 7, forse 8 volte, e dopo aver implorato di fare l’ennesima prova in barba ai più piccoli che stavano aspettando in fila, riesco a pilotare per ben 20 secondi consecutivi! Scendo col sorriso stampato in faccia cercando di contenere l’euforia per non rischiare di ritrovarmi arruolata nei Top Gun data la mia eccellente prestazione.

Faccio un altro giro godendo del panorama sulla baia e dell’entusiasmo di tutti quei turisti un po’ attempati che, come me, sembrano esser tornati bambini.

Prima di scendere a terra mi lascio ispirare dalla frase di una t-shirt appesa nel grande store.

‘L’unico giorno facile era ieri’.

Adesso, io e l’ottimismo, siamo pronti a tornare sulla terra ferma.

You May Also Like

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *