Ho sempre immaginato i preti di clausura come persone tristi. Uomini bassi, un po’ ricurvi, adombrati. Probabilmente persino un po’ folli nella loro solitudine.  Forse parlavano da soli nell’oscurità della loro piccola cella spoglia, cercavano compagnia rifugiandosi nel suono della loro stessa voce; la loro vista era messa a dura prova dal tremolio della luce di una candela. Persone che non facevano niente tutto il giorno se non leggere preghiere, pregare, scrivere preghiere, pregare ancora e, non so, leggere altre preghiere.

Dopo aver visitato questa certosa mi è apparso tutto più chiaro: quei ‘poveri’ monaci erano solo, dei fottuti geni!

Il signor Niccolò Acciaiuoli (che vedete in un ritratto qui sopra), ricco banchiere fiorentino, dopo aver assistito alla realizzazione della certosa di Napoli, decise di costruirne una tutta sua a Firenze e precisamente, sul Monte Acuto al Galluzzo.  Il nostro caro Niccolò, uomo potente ma, diciamocelo, un po’ sprovveduto, ebbe la fantastica idea di dedicare la sua certosa a San Lorenzo e di utilizzarla come dimora per monaci di clausura. Il fatto è questo: voleva costruire una fortezza che potesse ospitare tra le altre cose anche la sua dimora personale, facendone una roccaforte, insomma un rifugio ma, i monaci (ai quali lui regalò l’intera struttura) dissero che era sconveniente avere la casa di un nobile attigua ai luoghi della clausura. Niccolò obbedì.

In seguito, durante la costruzione intorno alla metà del 1300, gli venne in mente di ospitare una cinquantina di giovani artisti, dei promettenti pensatori che avrebbero costituito un vero e proprio centro studi ma…ma, i monaci, ai quali tengo a precisare una seconda volta che Niccolò regalò l’intera certosa, dissero che avere delle persone in giro per il monastero non era opportuno perciò, non se ne fece di nulla.

Poverino, come dire che non si è padroni a casa propria. Strano a dirsi ma a quanto pare tra lui e i monaci, quelli che portavano i pantaloni erano proprio i fratelli in sottana.

I certosini hanno vissuto in questo paradiso fiorentino sino al 1958. Dopo di loro ci sono stati i cistercensi, che hanno goduto di questo luogo di preghiera sulle colline fiorentine sino al 2018, anno nel quale, gli ultimi due anziani monaci se ne sono andati.

Se solo fossi nata monaco di clausura e se, ovviamente, fossi stata abbastanza furba da essere una tra i 18 abitanti di questa certosa, il mio appartamento, pardon!.. cella, sarebbe stata così: avrei avuto due piani con giardino privato dotato di pozzo per l’acqua potabile, fontana, cantina, piante da frutto e fiori, un camino nella sala principale, camera da letto attigua al bagno, armadi a muro nel corridoio, libreria, scrivania e, finestre che affacciano sulle verdi colline!

 

Come se non bastasse a corredo di tutto questo ben di Dio (contesto giusto), nella struttura c’erano anche delle persone che cucinavano per te, si prendono cura di te, del giardino, dell’orto, della distilleria.

Non era proprio una vita sacrificata diciamocelo, una volta a settimana venivano organizzate lunghe passeggiate nelle campagne vicine durante le quali era possibile conversare con gli altri monaci di clausura, meditare e…. ho già detto che tutte le finestre dell’appartamento affacciavano sul verde delle colline fiorentine?

La clausura, ovviamente, comporta l’isolamento ma una volta l’anno le porte della certosa si aprivano a familiari e amici. Conosco persone per le quali una sola giornata in famiglia sarebbe già più che sufficiente.

Dopo aver attraversato la prima sala con le opere del Pontormo, il chiostro e la chiesa di San Lorenzo, mi avvicino al coro fatto in legno di noce, costruito e intagliato con un incredibile maestria. Un’opera straordinaria con volti di putti, sedute scolpite a ribalta e intarsi geometrici.

Nel pavimento e sul soffitto ci sono dei fori che rendono a questo luogo, un’acustica perfetta.

 

L’architetto Le Courbusier ha passato sei mesi in questa Certosa studiandone gli ambienti e ne tirò fuori l’ispirazione giusta per i suoi moduli abitativi. Non ci siamo consultati ma credo che fosse pensiero comune il nostro: queste celle di clausura sono luoghi dall’esemplare senso di accoglienza ed eleganza.

Alla fine della visita sono piena di ruvido umorismo e di inaspettata calma. Questa Certosa offre un panorama incredibilmente poetico e la cosa che mi dispiace di più è che, il buon Niccolò, non ne abbia mai potuto godere.

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