Mi avvicino all’ingresso con un po’ di timore, Chambord è uno dei castelli più grandi che abbia mai visitato ed é il più vasto della  Loira.

L’atmosfera regale svanisce come fumo al vento a causa degli spazi sconfinati della corte interna e dei lunghi corridoi in pietra bianca.

“Mi scusi dov’è il bagno?”

“La ventitreesima porta sulla sinistra”

Immagino rispondessero così quelli della servitù.

Ci sono più di quattrocento stanze e ottanta scale, persino l’ultimo dei centri commerciali arrossirebbe al confronto. Come facevano a tenere pulito un posto così immenso?

Dlin dlon.

“Sì chi è?”

“Il rappresentante follettus sua Altezza”

“Se ne vada! Non compriamo nulla!”

“Se ha giusto cinque minuti da dedicarmi vorrei farle vedere il nostro nuovo prodotto…ehm… la dimostrazione è completamente gratuita e…”

“Prego entri!”

Si vocifera che lo sprovveduto rappresentante, sia stato dato per disperso dopo diciassette mesi dal suo ingresso al castello. Alcuni provarono a seguire i millesettecentonovantadue metri di prolunga che si dipanavano per i corridoi e tra le stanze da letto ma, le ricerche non diedero alcun risultato. Ancora oggi, nel silenzio delle notti di febbraio, si odono lunghi sibili che ricordano il suono della tela grigia del sacchetto che si tendeva durante l’aspirazione.

Man mano che mi avvicino al castello mi sento sempre più piccola.

“Abbiamo mangiato troppo sua Maestà, il terzo cervo imbottito e cotto nel lardo avremmo dovuto conservarlo per domani, cosa ne pensa di scendere a fare quattro passi intorno al castello?”

É così che nacque il jogging suppongo. Uscivano che era giorno, a metà giro venivano sorpresi dal buio e iniziavano a correre come disperati per riuscire a rientrare a corte.

Accidenti lo osservo da ogni angolazione possibile e più lo guardo più mi ripeto che è davvero bello. Ogni guglia è differente e puntano tutte verso il cielo come se volessero trafiggere le nuvole. Un leggero vento mi batte sulla schiena come a volermi spingermi oltre, dietro un’altra colonna e un’altra ancora prima di continuare la visita su e giù per le scale, corridoio dopo corridoio.

Chissà se ci hanno mai girato un film horror. Uno di quelli che ti fa incazzare come una bestia ogni volta che i personaggi provano a scappare rifugiandosi in soffitte buie o in anguste cantine, a proposito…ci saranno anche delle segrete in questo castello? Della serie:

“Sire abbiamo preso quattro prigionieri”

“E ora dove li mettiamo non abbiamo posto”

“Potremmo costruire un altro piano sottoterra, lo chiameremo cantina, anzi…cantinà”.

Da quassù mi sento la regina del mondo. Tengo le braccia tese sopra il cornicione e mi sporgo un po’ sollevandomi sulle punte dei piedi, la vista è incantevole, ci sono i giardini geometrici sotto di me e la foresta verde poco distante. Vien voglia di suonare un corno e richiamare tutti quei visitatori a raccolta “Guardate in alto la vostra padrona stupidi plebei”. Ok questa cosa mi sta sfuggendo di mano meglio tornare con i piedi per terra.

Guadagno l’uscita e, guardandomi indietro per l’ultima volta penso che è stato divertente sognare di essere la stronza padrona di casa, insolito è vero, ma divertente. Mi sfrego le punte delle dita come Mr. Burns e sorrido sorniona per questa finta e breve conquista del castello.

Sono ormai lontana, così lontana che non varrebbe nemmeno la pena domandarsi “ma ho spento il fuoco sotto il pentolone di rame?” Non è più affar mio adesso, il castello sarà già conquista di qualche altro sognatore ad occhi aperti in fondo, la vita va bene anche senza una chiave del castello nel mazzo.

Ognuno di noi ha il suo posto nel mondo e non ci si può infilare nelle scarpe di qualcun altro si rischierebbe di perdere la strada…a tal proposito mi torna in mente la storia di quella cameriera che, seduta in cucina mentre sorseggiava il suo caffè, diede l’annuncio: “oggi non ho voglia di lavare i piatti, ho deciso che andrò a rifare i letti”.

Il cuoco la rivide dopo una settimana.

(Tutte le storie sono frutto della mia folle immaginazione. Nessun rappresentante porta a porta è stato torturato né fatto prigioniero.)

 

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