Dove il fiume Reno e Limentra s’incontrano, a mezza strada tra Bologna e Firenze, nascosta tra la folta vegetazione e le basse colline in fiore, ecco far capolino la dimora del fu Conte Cesare Mattei.

Storia particolare la sua, quella del Conte intendo, ad un certo punto della sua vita tirò fuori dal cilindro una nuova scienza: l’elettromeopatia, che combina granuli omeopatici con cinque liquidi (sconosciuti) affinché si possa ritrovare un equilibrio elettrico del corpo. In tutto segreto si mette a studiare le proprietà delle piante officinali e le diverse combinazioni di elementi, fino a raggiungere un programma ben dettagliato di terapie volte a riarmonizzare la carica elettrica dei suoi pazienti che, in poco tempo, diventarono addirittura migliaia. Ebbe un successo internazionale alla fine del 1800 e tutti conoscevano la sua “cura”, dall’Europa agli Stati Uniti sino in Cina.

Chissà, probabilmente questo suo essere visionario e ambizioso è stata la sua fortuna. Nel tempo ha riorganizzato casa più volte, ampliandola, rendendola accogliente per i suoi pazienti facoltosi, abbellendola e trasformandola così non solo in dimora, ricovero e laboratorio ma anche in una vera opera d’arte.

E’ rimasto poco o niente delle ricchezze del Conte; i saccheggi in tempo di guerra hanno fatto sparire tappeti, mobilio, libri, dipinti. Nonostante gli ambienti spogli, ciò che rende particolare questo posto è il suo essere straordinariamente finto.

Ogni cosa qui sembra ciò che non è.

Colonne in marmo non sono altro che legno dipinto, soffitti in legno intagliato sono soltanto dei cassettoni di carta di giornale pressata. I decori, i corrimano e gli archi sono fatti di gesso. La bellezza della finzione. Eleganza e maestria nel gestire gli spazi creando illusioni e misure inesistenti e distorte, come nella cappella ad esempio, nella quale si riconosce la grande moschea di Cordoba o nel cortile dei leoni dove il riferimento all’Alhambra di Granada balza all’occhio.

Rocchetta Mattei è uno di quei tesori nascosti del nostro Bel Paese, una delle centinaia di opere nate dal genio e dall’audacia di menti diverse che in qualche modo, seppur a volte assurdo, hanno fatto la Storia. Una parte non è ancora visitabile ed è la torretta nella quale, con molta probabilità ma senza alcuna certezza, Cesare si rinchiudeva per i suoi studi ed esperimenti. Chissà cosa combinava là dentro, chissà che energie invocava o che intrugli impastava.

Dopo aver placato il mio impulso sherlocknesco (che mi avrebbe spinto a salire le scale a chiocciola e a sfondare la porta), la guida ci riaccompagna all’ingresso per un ultimo sguardo all’indietro; certo che era un tipino fuori dal comune questo Cesare, fece talmente scalpore da essere persino citato da Dostoevskji ne I fratelli Karamàzov, un po’ come essere invitato da Oprah ai giorni nostri!

 

Vi ricordo che la prenotazione è obbligatoria. Consiglio di andare la mattina presto, primo: perché la natura che si sveglia è sempre uno spettacolo poetico; secondo: per il traffico che riuscirete ad evitare lungo le strade tortuose che vi conducono alla Rocchetta e terzo: come si dice … the last but not the least, sarete fuori per l’ora di pranzo e, da queste parti, di posti dove mangiar bene ce ne sono a bizzeffe. (prenotateli però!)

 

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