Ci arrivo la mattina molto presto. Il vento soffia attraverso le fessure dei cancelli e i gatti si stanno stiracchiando.

Un gruppo sparuto di muratori cerca di fare quanta più confusione possibile e, mentre si accendono sigarette, l’aria si dipinge di grigio, i secchi battono a terra e due mattoni vengono incastrati sotto i pneumatici per non far scivolar via il furgoncino.

“Buongiorno Signora”. Mi salutano come se fossi una del posto, sorrido e sparisco dietro al vicolo perchè una macchia di colore ha attirato la mia attenzione. Ho il cellulare già impostato su fotocamera e son pronta ad una raffica di foto che nemmeno Bob Munden potrebbe starmi dietro.

Il mio obbiettivo non risparmia nessun murales, vittime inconsapevoli di una caccia alla favola preferita. Devo ammettere che alcuni personaggi non li conosco proprio ma è ugualmente simpatico passeggiare tra dipinti che occupano intere facciate e che fanno a pugni con l’atmosfera di decadimento che si respira.

Se Sant’Angelo avesse una voce sarebbe sicuramente quella di Renato Zero “…vieni ti porto nella favola mia!…” così concludeva la sua meravigliosa canzone. Lo stesso invito che pare proporre questo piccolissimo paese immerso nel verde della Tuscia Viterbese. “...e mi trucco perché la vita mia, non mi riconosca e vada via...”

Sono proprio queste pennellate di colore che hanno salvato questo luogo dallo spopolamento che, quasi sicuramente, avrebbe portato il borgo a trasformarsi in uno dei più di cinquemila paesi fantasma che si trovano sulla Penisola.

Ricordo Juzcar in Spagna, lì hanno dipinto le case di blu per trasformare la piccola città sull’orlo dell’abbandono e dell’oblio, nel primo e unico paese al mondo dedicato ai Puffi. Qui l’estro italiano si è fatto riconoscere e, seppur l’iniziativa appaia ai miei occhi pressoché simile per intenti e realizzazione, l’idea di rappresentare tutti i personaggi delle favole è molto carina e merita un plauso. Passeggiando lungo il percorso segnalato si riscoprono storie che erano finite in un cassetto in fondo alla memoria. “Come diamine si chiamava l’orso del libro della giungla?” “Come si chiamava il bambino de la spada nella roccia? E perchè non hanno dipinto anche Anacleto? Porca miseria come ci si può scordare di Anacleto e la sua risata isterica!”

Giro l’angolo pensando che sarebbe fighissimo trovare Cristina d’Avena per ascoltare qualche vecchio pezzo e magari accompagnarla cantando a squarcia gola con la stessa grazia di una scimmia che urla al suo nemico.

Un gatto nero senza coda mangia dalla ciotola lasciata sullo zerbino logoro e litiga con gli altri randagi per accaparrarsi la porzione più abbondante; il bucato viene lasciato ad asciugare su degli stendini direttamente in strada davanti ai garage e le finestre aperte liberano le note delle sigle dei telegiornali. E poi c’è lui, un anziano un po’ sordo che si gode il fresco del mattino seduto sulla panchina davanti casa.

“Brava signorina! Ha fatto bene a venire presto così ha evitato la confusione.”

“In realtà cercavo di evitare il caldo!”

“Come?”

“Volevo evitare il caldo!”

“Non ho capito. Cosa ha detto?”

“Il caldo! Non volevo trovare il caldo!”

“No. Non la capisco. Che dice?”

Vabbè mi avvicino per scongiurare secchiate d’acqua sulla schiena.

“Stavo dicendo che non volevo camminare col caldo. Viene tanta gente in visita al paese?”

“Tantissima, certi giorni le strade sono così piene che fanno la coda per farsi la foto ed è difficile passare con le auto.”

“Lei abita qui da molto?”

“Da sempre signorina e per fortuna che hanno fatto questi disegni altrimenti da qui non ci passava più nessuno”.

Quasi alla fine del paese c’è una principessa alta sette metri che mi ricorda quelle Barbie che da piccola vestivo e spogliavo, e rivestivo, e rispogliavo e rivestivo…ore e ore a cambiar guardaroba e accessori, roba che non ho capito perchè Enzo Miccio e Carla Gozzi non mi hanno ancora preso nel team.

Finisco il mio giro tra le case coi cartelli ‘in vendita’, i cancelli arrugginiti e i portoni chiusi dai lucchetti e mi chiedo: verrà mai qualcuno a prendersi cura di queste case? Non so, lo spero, non tanto per il paese in sé ma per quell’anziano signore… immagino quanto sia stato difficile per lui rimanere e quanto sia bello veder tornare.

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